DUE NOVEMBRE
Ritto fuori dalla cappella fumava stizzito, inalando il fumo
ed espellendolo nervosamente im mille volute bianche.
Sua suocera dentro, riassettava riordinava, lucidava. Come
se alla figlia che giaceva dentro uno dei loculi potesse importare qualcosa se
la cappella fosse in ordine o no.
Lui invece non vedeva l’ora di andarsene via. Quelle visite
prolungate gli facevano troppo male, troppo fresco era ancora il doloroso
ricordo di Cristina. Stava per dirle di sbrigarsi quando quella chinandosi per
lucidare la fotografia della figlia, gli parò davanti due mappamondi che
levati!
Formosi e ben modellati, stretti dentro la gonna nera
attillata. L’effetto era oltremodo ingigantito dalle lunghe gambe magre e dai
chilometrici tacchi a spillo. Alfredo sentì un brivido del tutto inaspettato
rimescolargli il ventre.
Buttò via il mozzicone, imprecando sottovoce. Ma che cazzo
di pensieri gli venivano davanti alla tomba della moglie, maledetta astinenza!
“Adè” apostrofò al quel culo proteso “si sta facendo tardi”.
Il culo si trasformò in un paio delle più rigogliose e procaci tette che lui
avesse mai visto quando la donna si girò, alzando su di lui un viso
incredibilmente diafano, bagnato dalle mille lacrime che incessantemente non
aveva smesso di versare da quando erano arrivati lì. Come faceva a piangere
così tanto? Dove la prendeva tutta quell’acqua?
“Aiutami Antonio, gli sistemiamo i fiori, diciamo una
preghiera e andiamo”
Ma Antonio era lontano, perso tra due colline bianchissime
dentro una scollatura troppo esigua per contenere tutta quella roba. Per di più
quella non la smetteva di lucidare e spolverare e le tette le penzolavano
morbidamente magnetiche, candide come la neve dentro il vestito nero d’ordinanza
da lutto.
Un’erezione incontenibile gli sollevò gli sollevò i boxer
gli tese i pantaloni, e minacciò di venir fuori e andarsela a cercare lui una
donna che gli desse un pò di sollievo.
“Antonio? Allora che fai? mi aiuti”
“Scusa Adè, mi ero distratto. Sai quanto mi fa male stare
qui”
La suocera arricciò le labbra carnose (carnose erano,
proprio carnose. Non se ne era mai accorto prima di quanto cazzo fossero
carnose quelle labbra) di un incredibile rosso vermiglio, e accennò un sorriso
comprensivo.
E profumava pure. Ci si era fatta la doccia con lo chanel.
Lo sentì distintamente quando la suocera in un repentino quanti inaspettato
moto di sconforto, lo abbracciò singhiozzando.
Sentì la guancia bagnata inumidirgli il collo, una sottile
vena di sudore di donna si alzava dalla scollatura permeando l’artificiale
cortina di effluvi fruttati.
Il viso della suocera, rigato dalle lacrime era di un
pallore mortale. Antonio la sorresse con un braccia e le tamponò le lacrime con
una carezza. Adele sporse le labbra vermiglie verso di lui. Si baciarono.
Rimasero con le labbra intrecciate, dapprima timorosamente
poi sempre più a fondo. Quando si decise ad aprirle, la suocera lesta vi fece
scorrere la lingua, invadendogli il palato. Imbarazzato da quell’improvviso gesto,
non meno che dall’erezione su cui era andata a sbattere la pancia della donna,
tentò di farsi indietro. Ma più si ritraeva più Adele gli si gettava addosso,
schiacciandogli i voluminosi seni sul petto. Se li sentiva addosso, grossi e
sudati e non seppe resistere più.
Scoparono selvaggiamente, come due animali, per più di
un’ora, tra le brocche rovesciate e i crisantemi sparsi sul pavimento della
cappella.
Non c’era niente di tenero e sentimentale in quell’amplesso
furioso, fatto solo di urla, gemiti e urgenza. Solo violenza e istinti
bestiali.
La stessa posizione in cui la possedeva, carponi, da dietro
non faceva che acuire quella sensazione di bestialità.
Era notte fonda quando la suocera si alzò incerta sulle
gambe. Aveva le calze sbucciate sulle ginocchia e dal reggiseno abbassato le
grosse mammelle le penzolavano fuori, ancora arrossate dai violenti
maneggiamenti.
“Scusa, Antò scusa. Non lo so proprio che mi è successo” si
riavviò la massa di riccioli neri e si
chinò a raccogliere gli slip che penzolavano sulla foto della figlia.
“Siedeti Adè. Saranno le dieci ormai, il cimitero è chiuso e
il custode se n’è andato”
“Santissimi! È mò?”
Il genero gli tolse gli slip dalla mano e li gettò lontano “
e mò dobbiamo trovare un modo per passare la nuttata. Vieni qua Adè che una
maniera la troviamo”
Lo fecero ancora e poi ancora. Antonio sembrava non averne
mai abbastanza. Si fermava solo per cambiare posizione: “Girati Adè; mettiti di
sopra; alza la gamba; chinati; alzati; voltati”
“Maronn Antò, ma tu cò mia figlia sempre così sei stato?” le
disse Adele cavalcandolo, mentre il genero le lappava i voluminosi seni”
“Mò ci stai tu qua, e cù te lo debbo fare. Ma se continui a
parlare un modo lo dobbiamo trovare per tapparla stà vucca!
“Maronn Antò! e che mi vuoi far fare?”
“Intanto ti succhio stè sizze oscene che tieni, che poi
qualcosa da farti leccare lo trovo”
Adele lo scopò per quasi mezz’ora e alla fine, per la prima
volta in vita sua conobbe anche il sesso orale.
Sdraiata sul freddo marmo del loculo, con il viso del
giovane genero affondato nel pelo nero della vagina ebbe un altro sconvolgente
orgasmo.
E dopo toccò a lei.
Antonio se lo fece leccare a lungo. Le mani intrecciate
dietro la nuca e la massa dei riccioli neri a coprirgli il ventre, fissava
inebetito la foto di sua moglie. Non sembrava arrabbiata, anzi quando
finalmente Adele aprì le labbra e glielo prese in bocca, sembrò accennare ad un
sorriso.
Poi Adele iniziò a succhiare e non capì più nulla.
Sborrò di botto dentro la bocca della donna, tenendola ferma
finchè non la sentì deglutire rumorosamente.
“Santissimi, che ho fatto! Che ho fatto” Adele scuoteva la
testa sconvolta. Il genero continuava a carezzargli l’aureola delle mammelle.
“Chissa cosa pensi di me, ora. Mi sento così sozza!”
Antonio continuava a fissare la foto di Cristina sulla
lapide. “Adè” disse ad un certo punto “ma non ti sembra strano che continuiamo
a scopare come due ventenni? Saranno tre ore che lo facciamo”
“Antò, mi vergogno tanto, davanti alla figlia mia te l’ho
preso in bocca! non l’avevo mai fatto a nessuno prima!” Gli piantò gli occhi di
carbone addosso “Ma ho voglia di succhiartelo ancora”
“Vieni qua Adè, siediti sulla faccia mia, che ti faccio
vedere un’altra cosa”
Riversi uno sull’altro si leccarono i sessi a vicenda e quando
smisero il coito che seguì fu lungo e straordinariamente lento.
Fuori le tenebre più nere coprivano ogni cosa. Le croci, i
marmi, le lapidi, le bare. Una strana nebbia iniziò a levarsi dai loculi
abitati. Superò il vialetto, sbarrò l’uscita e avvolse fredda e umida l’intero
camposanto.
All’interno della capella, alla fioca luce dei lumini, solo
ansimi, sospiri, membra intrecciate e il lieve suono dei loro sessi bagnati. Ma
qualcosa si muoveva.
Quando finirono si accucciarono ancora sudati e ansanti l’una
nel calore dell’altro. Subito dopo la suocera volle farlo ancora con la bocca.
Fu allora che successe. Mentre le labbra gli stringevano il
pene e la suzione lo trascinava, il generò avvertì la presenza. Toccò la nuca
della suocera. “Adè, qua c’è qulcosa, qualcuno”
La massa di riccioli si levò e il viso di fresco e splendido
di Cristina gli sorrise limpido e bello come non mai
“E chi ci deve essere Antò? Un cimitero è. Solo noi morti ci
siamo qua”
Una fitta di ghiaccio gli trafisse le ossa. D’istinto guardò
in alto: La lapide era stata rimossa e la bara scoperchiata all’interno era
vuota.
Sobbalzò a sedere: “Cristina!!!”
Sua moglie finì di leccargli il glande e indicò la madre che
dormiva rannicchiata accanto “Non strillare Antò che me la svegli, e dopo lo vuole
fare pure lei”
Antoniò si sfrego furiosamente le braccia, si affondò le
unghie nella carne fino a lasciarsi profondi lividi blu. Si colpì il viso ma
nulla. Sua moglie era ancora lì con il suo pene ficcato nella bocca.
“Cristì mi dispiace, non volevamo, te lo giuro”
Lo spettro alzò la vita sottile e si mise seduta sopra la
sua erezione con un lungo sospiro soddisfatto “Aaahh! Sapessi quanto mi manca
questo, non ti dispiace vero se mi scopo marito ancora per un po’?”
Antonio temette di vederla trasformarsi da un momento
all’altro in quello che in realtà era:una ammasso di carne putrida e
marcescente“
“Sono un porco Cristì! Mortificato! Sapessi quanto mi
dispiace!”
“Ti dispiace perché? Mia madre è ancora una gran bella
donna, non dovrebbe esserti dispiaciuto scopartela no? Ho visto sai come te la
sei montata! Mi avete svegliato con i vostri grugniti! e poi guarda che a me
non dispiace se te la fai. Povera donna, ha sofferto così tanto! Prima il
povero papà e poi io. Gli ci voleva un po’ piacere carnale in questa valle di
lacrime! Sono contenta che lo facciate tra di voi, meglio che con estranei.
Anzi guarda ho un’idea, svegliamola!”
E lo fecero tutti e tre insieme in una girandola di tettone
mature e seni piccoli e sodi. Il membro che si infilava indifferentemente prima
nella fica glabra della figlia e poi ancora fradicio degli umori di quella
nella tana pelosa della madre.
Cristina glielo impugnava stretto nella mano e lo porgeva
alla bocca della madre. Adele chinava il viso e gli succhiava il glande rumorosamente,
poi viscido di saliva tornava nella bocca nella figlia e così a turno. Sembrava
non finire mai.
“E’ l’alba” mormorò dopo lungo tempo lo spettro “E’ tempo
che ritorni al mio posto”
Guidò Adele sopra il corpo del marito, gli tenne fermo il
pene mentre la madre vi sedeva sopra e baciò Antonio sulle labbra, mentre la
madre già si agitava con forza sopra, facendo sobbalzare le grosse mammelle
rosa.
“Succhiagli le sizze Antò! Vedi quanto ce le ha grosse e
pesanti! Dai che lo so che ti piacciono! Succhia, succhia, Antonio mio”
Un improvviso turbinio di vento gelido li fece intirizzire,
poi mentre la madre agitandosi freneticamente urlava il suo ennesimo orgasmo,
Antonio reclinò la testa e svenne di schianto.
“Signora Adele” Antonio! Che ci fate qua!”
Il vedovo aveva avuto appena il tempo di coprire il corpo
nudo della suocere prima che il custode facesse irruzione nella cappella.
Aveva ancora il pene bagnato dello sperma appena versato nel
ventre della madre di sua moglie.
Si alzarono sfatti e sottosopra. “Santissimi! Antò, credi
che abbia capito qualcosa?” gli sussuro la suocera “No, Adè non ti preoccupare,
ma rimettiti le mutande, prima che le veda”
Fuori l’aria era tersa e limpida. I due si incamminarono
lungo il sentiero che portava all’uscita. Quando furono soli la sucora si alzò
sui tacchi e gli sfiorò la bocca “Grazie, Antonio. E’ stata la notte più
orribile e bella che abbia mai avuto”.
Antonio si voltò a guardare la cappella lontana. La lapide
era al suo posto, lucida e linda con il lumino che brilluccicava regolarmente
sotto.
“Adè, ho fatto un sogno…ma non hai sentito niente stanotte?”
La suocera si morse le labbra “Mi vergono a dirtelo Antò, ma
ad un certo punto, mentre scopavamo mi è sembrato di vedere Cristina dietro di
te”
“Andiamo và che ti accompagno a casa”
“e…mi lasci lì? Quando torniamo a trovare Cristina”?”
Il genero gli sfiorò il solco dei seni. In un attimo rivide
il pelo fulvo di lei, carponi, Le grosse tette ballonzolanti, le larghe aureole
scure come due ciucci per adulti. La nebbia scura, l’odore putrido, due tettine
pallide, una fica liscia senza peli .
“Presto Adè, presto” la baciò “Ho fatto una promessa”.
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