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martedì 3 marzo 2015

Professoressa Minzoni

Prefazione e avvertenze per l’uso.
Parte lento e finisce peggio. Il consiglio vivissimo è di tener duro senza saltare alla prima riga con “cazzo” o “figa”, anche perché non credo che ve ne siano o quasi. Il succo, o almeno il mio intento era questo, è proprio nel mezzo. Nella situazione, più che nella amena descrizione.


Professoressa Minzoni

Mancavano due giorni all’esame di maturità, quando la incontrai in strada. Trascinava, lei piccola e minuta, una valigia quasi più grande di lei.
La professoressa Minzoni, docente di latino e greco, non era mai stata sposata e stando a quanto si diceva pare vivesse ancora con la madre. Non era affatto brutta ma aveva un’aria così dimessa e sola da fare compassione.
Quel giorno poi lo era anche di più del solito. Roba da spezzarti il cuore.
“Posso aiutarla prof ? “
Due occhi azzurri e tristi mi guardarono senza capire.
“Ah! Maletti sei tu. Sei gentile, stavo portando via un po’ di cose”
Nella valigia c’erano probabilmente tutte le opere greche dalle fondazioni di creta e micene in poi, Qualcosa come 350 kg di cultura pura. E pesantissima.
Abitava poco distante mi disse, al quarto piano di un palazzo senza ascensore.
“Ah!” esclamai sentendo il mio coraggio liquefarsi ai 45 gradi all’ombra che c’erano quel giorno.
“Venga, Glieli porto io” rispose l’invasato che albergava in me.
Quattro piani e 250 kg dopo (100 li avevo buttati via per le scale, senza farmi vedere) ero seduto nel tristissimo salotto della tristissima professoressa Minzoni Laura, anni 45 nubile, e terribilmente affranta.
Pile e tomi di libri e carte accatastati in giro. Da una porta aperta, un letto vuoto con solo il materasso, e una flebo vuota accanto.
“Beh, grazie allora Maletti…”
Mi asciugai il sudore sulla fronte “Non è che avrebbe un bicchiere d’acqua, sa con questo caldo…”
“Oh si certo che stupida, scusa”
Entrai nella stanza. A parte il letto, la flebo e qualche scatola di medicinali in giro era vuota come per un trasloco.
“Eccoti l’acqua Mal…” si fermò al centro della stanza con il bicchiere in mano e scoppiò all’improvviso in un pianto dirotto e inaspettato.
Triste lo era già prima ma ora era troppo. Mi avvicinai imbarazzatissimo, mettendole una mano sulla spalla.
“Prof…cosa…”
Mi buttò le braccia al collo affondando il viso sul petto e fradiciandomi la Lacoste falsa appena comprata sulle bancarelle di Corso Vittorio.
Mai sopporata una donna piangere. Meno che meno quelle che ti piangono sulle Lacoste tarocche e anche un po’ sudate.
“Su prof, la prego…”
Tirò su con il naso e mi puntò addosso due grandi occhi celesti color del mare e bagnati come l’oceano.
“Scusa, scusa…e che mia madre, sigh! È morta ieri…”
Mi veniva da piangere anche a me. La piccola fiammiferaia triste e sola…
Le asciugai le lacrime sulle guance e mi trovai a fissarle la bocca semiaperta e tremante.
“Cazzo sta succedendo” mi chiesi mentre mi chinavo a baciarla.
Rimase immobile e un po’ stupita lasciarsi baciare. Quando mi staccai si toccò le labbra guardandomi con gli occhi azzurri, bagnati ecc. ecc.
Non sapendo che fare, mi chinai e la baciai di nuovo. Stavolta oltre che bagnate le labbra erano decisamente meno tese di prima. Quando mi staccai, l’azzurro non c’era più, gli occhi erano chiusi e la mia 42enne professoressa di greco e latino rimaneva come stordita tra le mie braccia.
Poi fu lei ad alzarsi in punta di piedi ed attaccare la bocca alla mia. Sempre più curiosa e vorace finche non mi trovai con 10 centimentri di lingua greca e latina che mi mulinava in bocca e le tettine piccole e morbide che premevano sulla mia lacoste falsa, bagnata e sudata.
Cazzo prof non faccia così sennò…
Il ventre dentro la gonna monacale che si strusciava contro l’imbarazante bozzo che mi era spuntato nei pantaloni, fu veramente troppo.
Senza pensarci, le passai una mano sul petto e strinsi una tettina piccola e triste, poi fu poco anche quello. La feci passare sotto la maglietta, trovando e apprezzando un reggiseno merlato tipo seconda misura. Quando scoperchiai anche quello passando a palpare le tettine a pelle nuda, la Minzoni mi spinse con foga il bacino contro, rischiandomi di farmi bagnare prematuramente i pantaloni.
Le alzai la maglietta, abbassai il viso e mi diedi a ciucciarle dai capezzoli, mentre la pazza mi stringeva la nuca contro il seno.
Scesi giù, lungo l’ombelico, e lottai inutilmente con una zip di gonna a prova di grimaldello.
“Prof, scusi, come cazzo si apre…”
La Minzoni contro la parete mi guardava terrorizzata stringendosi le braccia intorno al seno nudo.
“Vattene! Vattene subito o mi metto a urlare!”
“Ma vaffanculo te, vecchia pazza” bofonchiai sottovoce, da quel gran cavaliere che ero.
Non avevo fatto due passi che due seni piccoli e puntuti mi si appuntarono sulla schiena e delle braccia mi strinsero forte.
“No, aspetta, non mi lasciare sola, non te ne andare…resta, resta”
Ancora i riccioli biondi sul petto, ancora gli  occhioni color del mare e stavolta anche un discreto paio di tettine small size, nude e ballonzolanti.
Mai guardare un paio di tettine nude e ballonzolanti troppo a lungo. Ipnotizzano peggio di Giucas Casella in televisione.
Le presi il viso tra le mani e la baciai di nuovo. Accettò il bacio, anche se senza slinguamenti stavolta.
Buttai giù i 250kg greci dal divano e la feci sedere accanto a me tentando di mettere di nuovo le mani su quei seni lisci e soffici e sopratttto nudi,mentre gli davo di bocca in bocca.
“No…no ..basta, parliamo, parliamo un po’ ti va?”
“E che mi vuole interrogare prof?”
Scoppiò a ridere e fui felice di vedere finalmente un sorriso su quella bocca troppo a lungo triste.
“Scemo” disse “sei proprio scemo”.
Nascondendosi il seno con le mani raccolse la maglietta e se la mise. Bene, senza tette in giro era tutto più semplice. Sarei rimesto a consolarla tipo 1 o 2 minuti e poi quattro piani finalmente in discesa e senza Socrate e Platone in collo.
Invece la stronza mi si raggomitolò tutta contro il fianco, riccioli biondi sulla spalla e gambe raccolte sul divano. Collant e piedi nudi. Sono capace di resistere a tutto meno che a collant e piedi nudi.
Piccola com’era la circumnavigai e le strinsi un piede. Era freddo e umidiccio, cocktail pericoloso per un inguaribile feticista. Avrei voluto mettermeli sul viso quei piedini birbanti, e sospettavo, anche un po’ puzzolenti, il che era anche meglio che se feticista ero, tanto valeva esserlo fino in fondo.
“Sei così dolce Minetti…”
“Maletti prof, ma mi chiami Alberto”
“Laura…”
“Piacere” dissi stringendole il piede.
“Hai da fare stasera? Potremmo ordinare una pizza, mangiare qui e poi magari leggere un libro o guardarci un film…”
Sentii un fremito dentro. Se me la giocavo bene ci sarebbe scappata una grandissima scopata con la mia prof di greco, anzi con Laura.
Poi guardai la stanza con il letto vuoto e mi scese dentro tutta la tristezza di cui si era appena liberata lei. Quella povera sciagurata che lo faceva per non sentirsi sola con un fantasma caldo caldo che ancora girava per casa, si andava a mettere nelle mani di un maniaco feticista che le palpava piedi e tette con egual piacere.
“veramente non lo so…ecco tra due giorni ho l’esame e…”
Un sibilo leggero che si tramutò rapidamente in tiratine su col naso e poi in lacrimoni grossi grossi che le totolavano giù dalla guance.
“Certo, scusa, hai ragione, che stupida, che stupida, che stupida…tu ce l’hai una vita…”
Carezza asciuga-lacrime, bacio e dopo un po’ anche un assaggio di lingua leggera e timida timida.
“Laura…”
“Minetti…”
“Prof…” dissi allungandogli una manona sul seno.
“Manetti…Alberto…no dai…”
Scavallai la maglietta. Era senza reggiseno stavolta. Piccola ma tremendamente liscia e calda.
“Minetti…Miletti…dai non fare così”
“Maletti, prof, Maletti” dissi baciandole un seno.
Le vidi la pelle drizzarsi come quella di una gallina e poi sospirare e ansimare e piangere insieme.
Con il viso tra le sue tette sbirciai il cell. Vibrava, i miei mi aspettavano per cena.
“Mà? Non torno a cena…no sto studiando e poi forse…” abbassai la voce “andremo in disco per festeggiare la fine dell’anno, credo che farò tardi…molto tardi”
“Tua madre?”
“Sì”
“Resti qui con me?”
“Sì”
“Grazie, lo apprezzo molto” disse la poveretta stampandomi due labbra morbide e velenose sulle mie.
Forse per il resto non era molto esperta ma con il lingua-lingua ci sapeva fare, eccome.
Presi una forbice e cominciai a tagliarle la gonna. Oltre ad avere la  zip anti-stupro era anche dannatamente lunga. In effetti, non fosse stato per la cascata di capelli biondi, con quelle scarpettine, quella gonna grigia a pieghe e la maglietta abbottonattissima, la Minzoni sarebbe potuta passare tranquillamente per una suora.
Feci scorrere le mani sulle cosce finalmente libere. La poveretta si stringeva a me e non si era accorta neanche di non averla più, la gonna addosso. Mi infilai nell’interno cosce e presi a salire, a salire, a salire…
“Oh Minetti che fai?
La spinsi giù “Laura, Laura” Un tizzone caldo che ustionava, la carne tenera bruciante cedere sotto i collant, l’anulare a scendere e salire lì, proprio nell’incavo della fessura
“Miletti ti prego…”
Ci misi il viso finalmente tra quelle due belle cosce calde calde, e arrivato alla meta le baciai il frutto proibito
“Manetti, cazzo, Manetti”
Per un po’ fui tentato di smettere. Era la prima volta in tre anni che la sentivo dire una parola che non fosse accidentolina o accipicchia.
“accipicchia Manenti…”
Ah ecco. Ripresi a leccare sul cavallo dei collant con più foga.
Quando le abbassai in un sol colpo collant e mutande, la Minzoni si riebbe. Una pallida cresta gialla e riccioluta le ricopriva il triangolo magico e la prof se la fissava instupidita come se non la riconoscesse.
“Rosa Rosae, Rosarum” Avevo appena tolto le mutande alla mia professoressa di greco e latino e mi stavo slacciando i pantaloni.
“MANENTI NO!” Stavolta, quello della Minzoni era un urlo vero e proprio.
“Stai buona, Laura, buona su” dissi montandole sopra. La obbligai ad aprire le cosce e mi ci insinuai in mezzo, premendo a fiocina spianata sulla giusta apertura
“NOOOO! NOOOO” piangeva la poveretta.
Le misi una mano sulla bocca e spinsi forte. Niente.
Ma dove cazzo ce l’hai? Presi il cazzo cercando il punto giusto, ma nulla da fare. Eppure doveva essere lì per forza. Spinsi con più decisione e mi sembrò di avanzare leggermente. Puntai i piedi e diedi uno strattone forte e finalmente sprofondai dentro la fica gialla e pallida della mia prof di G&L.
La Minzoni laciò un urlo da far gelare il sangue, cercai di tapparle la bocca, ma quella mi mordeva le dita e gemeva e singhiozzava.
Cominciai a muovermi lentamente avanti e indietro, con una mano sulle sue labbra e l’altra che le stringeva e strizzava le tettine. Ogni tanto la sentivo singhiozzare un lamento stridulo e francamente anche un po’ ridicolo. Una specie di “Ahi-Ahi-Ahi” ripetuto all’infinito come un disco rotto.
Quando mi sentii vicino, con uno sforzo supremo mi tirai indietro e venni copiosamente innaffiandole la pancia e la peluria gialla e crespa.
La Minzoni si girò su un lato raggomitolandosi tutta in posizione fetale, singhiozzando e toccandosi l’interno cosce.
Solo allora scorsi delle macchie di sangue sul lenzuolo  e sulle gambe.
“Cazzo, Prof mi dispiace, non sapevo che…” ma poi mi infuriai: come cazzo fai ad essere ancora vergine? Hai quarantadue anni, cazzo d’un cazzo!
Ancora riccioli biondi da accarezzare e lacrime da asciugare, la lacoste me l’ero tolta per scopare, si sarebbe salvata dalle lacrime ma non dal sangue virginale della prof.
 “Che mi hai fatto, che mi hai fatto!” piangeva l’ex-vergine monaca.
Le asciugai le lacrime una ad una, baciandole il viso e il collo, finchè non sembrò calmarsi. Le misi una coperta addosso e la avvolsi con il mio corpo.
Avrei voluto sapere cosa fare, ma non lo sapevo. L’unica cosa che sapevo fare era scopare, quello sì un po’ lo sapevo fare, ma dopo, come confortarla mi era sconosciuto. Le ragazze con le quali ero stato erano delle specie di veterane, che lo facevano da quando avevano dodici anni.
“Mi hai fatto male…mi hai fatto tanto male” si lamentava intanto la 42enne Minzoni, tra le mie braccia.
Andai a frugare nell’armadietto dei medicinali. Presi due o tre scatole e tornai da lei porgendogliene una a caso. Non la prese.
“Prof, vuole che…gliela metta io? Se vuole…”
Lanciò un gemito, raggomitolandosi ancora di più, una specie di riccio biondo di 42 anni, piccolo e gemente. Gettai il tubetto e ripresi la vecchia cura a base di baci e carezze.
Funzionava decisamente meglio e dopo un po’ dal viso passai al collo e anche più giù. Quando le strinsi tra le labbra un piccolo capezzolo marrone, i singhiozzi si erano già trasformati in sospiri.
Fu una scopata strana: Lenta e dolorosa, in quella casa vuota e triste, piena solo di vecchi libri e materassi vuoti.
Gemeva la mia prof mentre mi affannavo ad infilarle il pene su per l’utero, sempre più in fondo e più veloce. Aveva rimesso su lo stesso disco rotto di quando, poco prima l’avevo deflorata. Quello stridulo “Ahi-Ahi-Ahi” stentoreo e un po’ comico, con il quale accoglieva i miei affondi dentro di lei.
La feci mettere sopra di me, e dopo un attimo di incertezza fu lei ad indovinare il canale giusto ed a calarsi, gemendo sulla mia erezione. Mentre le baciavo i seni, iniziò timidamente a muovere il bacino in piccoli movimenti contratti che si fecere sempre più veloci e urgenti fino a scatenarsi in un diluvio di lacrime, riccioli biondi e fianchi agitati freneticamente. Venimmo all’unisono e ci addormentammo ognuno nelle braccia dell’altra.

Era ancora buio, ma doveva essere molto tardi. Raccolsi le scarpe, la mia lacoste falsa/sudata/bagnata e macchiata di rosso e in punta di piedi aprii la porta.
“Te ne vai? “
Mi paralizzai. Avevo pensato vigliaccamente di risparmiarmelo questo. Il fatto è che mi vergognavo a dirle che ero solo un diciottenne che dormiva a casa dei genitori e che mia madre probabilmente mi stava ancora aspettando alzata.
“Scusa…non volevo svegliarti” tacqui non sapendo più bene su quale specchio arrampicarmi “E’ che tra due giorni ho l’esame e…”
“Non siamo a scuola, non devi mica giustificarti e del resto…lo sapevo che sarebbe finita così”
“Ok…allora io vado”
“Sì”
“Ciao…Laura”
“Ciao, Minett…Manent…” sorrise e si tirò su il lenzuolo a coprirsi il volto “abbiamo fatto l’amore e ancora non mi ricordo come ti chiami”
“Alberto”
“Sì…Alberto”
Mi chinai a baciarle una guancia. Una lacrima faceva capolino, incerta se buttarsi giù subito o aspettare per orgoglio che me ne andassi.
“Prof…Professoressa Minzoni, è…è stato bello”
Indovinai un rossore oltre il viso che si nascondeva “Sì…fa un po’ male…ma è stato bello…Grazie”
Rimasi basito. Arrossiva e mi ringraziava. La mia ragazza dopo, si tirava su le mutande sbadigliando. In quale tunnel spazio-temporale ero finito? ?
“Per i libri che le ho portato su o per…l’altro?” Scherzai. Ancora non riuscivo a darle del tu.
“Per i libri, per i libri, Maletti”
“Prof si è ricordata il mio nome!”
“Sono…” esitò, sbirciandomi da sotto il cuscino “Sono Laura…”
La lacrima rotolò giù e un’altra prese a brillare al suo posto. “Vai, adesso. Non ti sopporto più”
Mi infilai la maglietta e guadagnai la porta. Mi aspettavano 4 piani  e altrettanti km a piedi nel grigiore deserto e silenzioso dell’alba.
“Alberto?”
“Sì Laur…amore”
Incassò reprimendo un singhiozzo.
“Non lo racconterai a scuola, vero?”
Che gusto c’è a scoparsi la tua professoressa se non puoi raccontarlo a nessuno? Sarei passato negli annali scolastici. Sarei stato ricordato da intere generazioni di studenti come quello che ha scopato la Minzoni. (“Se l’è fatta in casa sua e come strillava la professoressa! Pare che l’abbia addirittura sverginata, pensa un po’ ! ”). Sarei entrato di diritto nella mitologia del liceo tra Pericle e Temistocle. Anche i miei nipoti avrebbero sentito parlare di me

“Scherzi? Non lo farei mai”
“Non lo sopporterei…non potrei mai sopportarlo”
Chinai la testa. Mi sentivo un verme e non riuscivo a guardarla “Beh, Laura io allora andrei”
“Tornerai…qualche volta?”
Stavo per prodigarmi ancora in un fiume di rassicurazioni tutte ineffabilmente false ed ipocrite, poi scorsi un piedino freddo e minuto fare capolino e un brivido mi scosse. Avevo ancora voglia. Voglia di incolti riccioli biondi, di pallide tettine e di piedini freddi ed umidi. Avevo voglia di lei.
“Lo farò” dissi “Magari, mangiamo una pizza insieme o ascoltiamo un disco, che ne dice pr…Laura?”
“E’ un bella idea” sorrise “magari facciamo anche quello che hai detto…dopo!”
Guardai fuori. Iniziava ad albeggiare ma la notte resisteva ancora. Una volante passò schiamazzando sul viale. Mi tolsi la maglietta.

Dopotutto non era così tardi.




Postfazione:
Una professoressa Minzoni (anche se non si chiama così) esiste veramente ed è esattamente come l’ho descritta. Ovviamente non l’ho mai stuprata e anzi per quanto ne so, sta beatamente vivendo tuttora la sua matura verginità