Questo è lungo. Forse troppo per un racconto, ma mi è venuto così e non c'è stato verso di tagliarlo.
Il consiglio è di leggerlo a tappe. E' travestito da giallo e questo dovrebbe aiutare la scorrevolezza. Poi c'è il sesso, of course, a manciate e per ogni gusto.
Quando l'ho pubblicato ci puntavo. Lo credevo sinceramente un buon pezzo ma poi ha avuto un'accoglienza così fredda che l'ho messo da parte, dimenticandomene. Quando l'ho ritrovato, rileggendolo mi sono tornate le vecchie convinzioni. Ha varie imperfezioni e crepe strutturali ma sono convinto che rimane un racconto di assoluto rispetto.
Perlomeno io, mi sono divertito a leggerlo ancor più che a scriverlo.
Un’avventura dell’ispettore Coliandro
Un brusio soffocato si levò dal gruppo degli incappucciati. Al limitare della piccola radura erano ora apparse le tre figure. Quella di mezzo, sorretta dalle altre due, era l’unica ad indossare la tunica bianca. Era anche l’unica a capo scoperto, tutti gli altri avevano il cappuccio della tunica calato fin sugli occhi.
Ad un gesto del sommo sacerdote, il brusio si placò di colpo. Le tre figure avanzarono lentamente verso il centro dello spiazzo. Quella con la tunica bianca era una donna. Lunghi capelli castani le ricadevano fluenti sulle spalle. Incespicò un paio di volte prima di raggiungere il sommo sacerdote, accanto al rudimentale altare.
Qualcuno nel gruppo intonò il primo canto, presto seguito dagli altri. Si levò nell’aria notturna come un cupo brontolio cantilenante.
Il sommo sacerdote si avvicinò alla donna e le sollevò la tunica sulla testa, aiutato dagli altri due. Il corpo nudo della donna apparve nella pallida luce lunare, bianco come un fantasma.
Alcuni smisero di cantare, si udirono alcuni colpi di tosse. Tutti si assembrarono più da presso.
Nel candido biancore del corpo, il ciuffo di peli scuri sul pube risaltava come una mosca nel latte. Due puntini scuri più in alto rivelavano la posizione dei seni.
I due che la sorreggevano la adagiarono sull’altare, ritirandosi in buon ordine. La donna non diede segni di vita. Un’improvvisa brezza di vento le tolse i capelli che le celavano il viso scoprendo un volto di mezza età dai lineamenti aggraziati. I peli pubici ondeggiarono lievemente tra le gambe.
Il sommo sacerdote fu il primo.
Si arrotolò la tunica alla vita e con il membro eretto si insinuò tra le sue cosce. Un attimo dopo la penetrò seccamente. La donna emise un lieve gemito, poi chiuse gli occhi e reclinò il viso di lato.
Il corpo le sobbalzava nell’atto, le mammelle le ondeggiavano sommessamente sul petto su e giù.
Il sommo sacerdote terminò con un grugnito di approvazione. Quando si staccò, un rivolo di sperma corse dalla spaccatura della vagina, colando liquido sui glutei.
Il secondo incappucciato si fece sotto. Si sollevò anch’egli la tunica e penetrò la donna senza esitazioni. I canti aumentarono di tono in una lunga nenia ipnotica.
Il terzo esitò prima di farlo. Si denudò il ventre e per lunghi attimi rimase in silenzio con il pene in erezione sopra il cespuglio pubico della donna. Poi si chinò su di lei, le afferrò i seni tra le mani e la penetrò violentemente.
L’ispettore Coliandro spense il sigarillo sotto la suola con una smorfia di disgusto. Stava cercando di smettere di fumare e quei sigarilli al mentolo gli erano sembrati una buona idea nauseanti com’erano.
< chi l’ha trovata?> chiese a Sarti, vice ispettore di fresca nomina, in piedi accanto a lui.
< Uno del posto, alle prime ore del mattino. Cercava funghi con il suo cane. E’ stato questo ad annusare il posto. Ha cominciato a grattare e a scavare con le zampe. Il corpo era vicino alla superficie ed è venuto fuori subito>
L’ispettore si fermò di colpo in mezzo alla radura fissando sbigottito i segni incisi nel terreno e sulle rocce lì vicino.
< ma che diavolo è successo qui?>
< diavolo è la definizione più giusta che potesse trovare. Il posto è da tempo usato da congreghe di satanisti per le loro cerimonie. Lo sapevamo, ma finora non avevano mai dato problemi>
L’ispettore si chinò sfiorando con la mano un ramo carbonizzato ai suoi piedi. Diversi altri mozziconi di legna parzialmente bruciati giacevano abbandonati tutto intorno.
< Non è ancora del tutto freddo. A che ora è successo? >
<Il medico legale presume verso le due di stanotte> Il vice ispettore si tirò su la manica per guardare l’orologio < cioè più o meno otto ore fa >
< E’ nuda > osservò Coliandro avvicinandosi al drappello di uomini in camice bianco assiepati intorno al cadavere.
< Sì, abbiamo trovato i vestiti a cento metri da qui, dietro quella fratta> disse il vice accennando con la testa ad una macchia poco distante < l’hanno spogliata lì dietro e poi trascinata fin qui. Ci sono ancora le orme per terra>
< Non ha senso. Perché farlo? Nei casi di violenza carnale, tutto viene compiuto nello stesso posto>
< era una cerimonia, probabilmente. Grasso forse potrà dirci qualcosa di più >
Il dottor Grasso era un uomo che rendeva onore al suo cognome. Tarchiato e corpulento, con due spessi occhiali che ne deformavano i piccoli occhi azzurri. Quando si chinò il camice sembrò sul punto di scoppiare. Coliandro si inginocchiò di fianco a lui.
< E’ stata violentata ? > domandò accigliato
< In un certo senso > rispose enigmatico Grasso, senza neanche voltarsi. Coliandro alzò gli occhi al cielo. Calmo, respira e conta fino a dieci.
< potresti gentilmente dirmi cosa cazzo significa? Se la sono fatta o no? >
< Ha avuto diversi rapporti sessuali, questo è certo. Ma non ci sono segni di violenza >
< cosa vuoi dire? era consenziente ? >
< in un certo senso >
Il medico scientifico infilò due dita grosse come salsicce nella bocca della donna, estraendone la lingua
< pupille dilatate, lingua gonfia: secondo me è stata drogata. Magari non si neanche accorta di niente, povera donna>
Furono interrotti da grida stridule provenienti dalle transenne alle loro spalle. Una ragazza si era lanciata contro il cordone di polizia, trattenuta a stento dagli agenti. Un uomo alto e brizzolato di mezza età si staccò dalla folla insieme ad un ragazzo. Raggiunsero la ragazza, e la trattennero abbracciandola.
< Coletti, il marito della vittima > disse il vice < e quelli sono la figlia e il nipote >
Coliandro inarcò un sopracciglio < E’ già stata identificata ? >
< Quello che l’ha trovata. La conosceva. E’ tutta gente del posto >
Coliandro si tolse il cappello e si diresse verso l’uomo. La ragazza gli aveva affondato il viso nel petto e singhiozzava incessantemente. Poco più in là il ragazzo, pallido ed emaciato era appoggiato contro un albero con l’aria di che stesse per svenire da un momento all’altro.
< Buongiorno signor Coletti, sono l’ispettore Coliandro>
L’uomo tirò su con il naso, guardandolo perplesso
< come quello della tv? > disse infine con voce rotta dal pianto
< Sì, ma lui l’ha fatto Lucarelli. Me mi ha creato Martin>
<…chi ? >
E mi ha fatto pure basso, pelato e con gli occhiali, pensò tra sé Coliandro, irritato. Se si apre una porta tra questo mondo virtuale, parto del suo cervello e il mondo dove lui sta, mi sentirà.
< Niente, lasci perdere. Piuttosto chi l’ha chiamata qui ? >
<Sono stato io, ispettore >
Il cercatore di funghi avanzò verso di loro trascinando i piedi nel tappeto di foglie secche.
< conoscevo Giulia. Li ho avvertiti io >
L’ispettore annuì pensieroso. Era logico, come in ogni piccolo centro, si conoscevano tutti, almeno di vista.
Coletti abbassò il viso sull’ispettore. Lo superava di almeno quindici centrimetri < E’ stata…è stata…> si interruppe guardando il ragazzo dietro di lui. Abbassò la voce <…violentata ? >
In un certo senso, stava per rispondere Coliandro. Decise di risparmiargli i rebus di Grasso. Si limitò ad annuire gravemente. La ragazza urlò ancora e non ci fu verso di continuare. D’altronde non era il posto deputato.
Non udì Grasso sopraggiungere alle sue spalle
< Ha avuto rapporti con almeno quattro uomini. Più probabilmente cinque o sei> stava dicendo. Coliandro gli fece cenno di smettere. Lo tirò per una manica allontanandolo
< ma a giudicare dalle orme qui erano di più. Una decina almeno>
< cinque o sei > ribadì Grasso < se erano di più gli altri hanno solo guardato la violenza, senza partecipare >
<Quindi è stata stuprata ? >
Coliandro lo guardava sornione. Grasso non si scompose neanche un po’
< Perché io che ho detto ? >
Giuliana Mastrostefani aveva il suo daffare per calmare i bollori dell’altro. Sembrava la dea kalì, un polipo con dieci mani. Se riusciva a fermargli la mano sulla coscia, quello le palpava un seno e il culo in contemporanea.
< dai smettila, non mi va >
L’altro per risposta le infilò una mano nella scollatura, strizzandole una mammella.
Giuliana si maledisse. Ma che le era saltato in mente di accettare un passaggio da quel ragazzo? Era uno che con lei ci aveva provato dal primo giorno che l’aveva vista.
Lo sbaglio era stato dargli spago.
All’inizio le sue attenzioni le avevano dato piacere. Aveva ormai varcato la svolta dei fatidici quaranta anni e a quell’età il tempo galoppa a briglia sciolta, finchè te lo senti mancare come l’aria. Era bello che in quel momento ci fosse qualcuno che la apprezzasse e la trovasse ancora attraente, anche se quel qualcuno aveva la metà dei suoi anni.
Lo lasciava fare quindi, non concedendogli comunque mai nulla di più che qualche fugace sbirciatina nella scollatura, quando lei si chinava avanti e tutto il davanzale minacciava di strariparle fuori. Il ragazzo strabuzzava gli occhi e lei si sentiva scoppiare d’orgoglio.
Il ragazzo stava iniziando a diventare violento. Giovanna era costipata in un angolo, schiacciata sullo sportello dalla maggiore mole di lui. Le aveva infilato una mano nel reggiseno e vi rimestava dentro, frugando a suo piacimento.
Quando la mano riemerse artigliava trionfalmente tra le dita una grossa mammella, bianca come il latte, e decisamente pesante. Il ragazzo spalancò gli occhi:
< porca miseria che roba! Sono ancora più grosse di quanto mi aspettassi >
Giuliana guardò disperatamente fuori dal finestrino. Iniziava ad ombreggiare. Gli ulivi intorno proiettavano gli ultimi residui di ombra sul terreno. Entro poco sarebbe stato buio completo. Più in là vedeva i fari delle auto saettare sulla statale a non più di duecento metri da lei.
Una mano ruvida le frugò sotto la gonna, e le artigliò rudemente il basso ventre. Sentì la voce roca del ragazzo alitargli sul viso
< Dai togliti le mutande, sbrigati! >
La toccava rozzamente tra le gambe provocandogli dolore, nonostante avesse ancora i collant e gli slip. Tentò un’ultima disperata difesa
< Non possiamo farlo! È tardi, mio marito mi starà già cercando, si immaginerà sicuramente qualcosa>
< Faremo in fretta. Il cornuto può aspettare, ora tocca a me >
Sentì i bottoni cedere e la camicetta strapparsi. Il ragazzo le denudò completamente il seno e vi affondò le mani con voluttà.
Fisicamente non aveva alcuna speranza. Il ragazzo era molto più alto e nerboruto di lei e stava dimostrando anche di avere un temperamento violento.
Giuliana lasciò che le palpasse il seno senza più protestare. Le faceva male con quelle callose e rozze mani da fabbro, ma doveva avere il tempo di trovare al più presto una via d’uscita.
Quando si sentì strappare i collant disse la prima cosa che gli passò per la mente. Una scusa puerile che non usava più dai tempi del liceo
< No, fermo. Ho il ciclo, non possiamo >
Sembrò funzionare. Il ragazzo esitava. Rinfrancata Giuliana lo incalzò
< Lo facciamo domani, te lo prometto. Mio marito non c’è e i ragazzi sono a scuola. Sarò sola in casa tutto il giorno>
Il ragazzo rimise le mani sul volante, tamburellando le dita, e sorrise. C’è l’aveva fatta.
Il motore si rimise in moto, poi successe una cosa che giuliana non si aspettava più. Il motore si spense di nuovo, udì il rumore di una cerniera e la mano del ragazzo sulla nuca.
< Domani ! > esclamo disperatamente < te lo faccio domani ! >
< No signora, questo lo fai ora >
Giuliana percepì l’odore del pene ancora prima di vederlo. Il ragazzo le teneva la testa stretta con entrambe le mani, spingendola giù. Non c’era pietà nei suoi occhi.
Giuliana Mastrostefani, casalinga di quarantadue anni con marito e tre figli aprì le labbra e lo prese in bocca.
Fu costretta a farlo per almeno dieci minuti buoni. Su e giù con la bocca, senza posa, con il glande che le urtava la faringe e la nausea che le saliva dentro a ondate. Quando finalmente finì, riuscì, almeno in parte, a far uscire lo sperma ai lati della bocca. Per il resto fu costretta ad ingoiare.
Il ragazzo si ricompose i pantaloni mentre Giuliana, sporta fuori per metà vomitava dallo sportello aperto. Quando si adagiò sul sedile era pallida e con la fronte madida di sudore.
Il ragazzo la guardava ghignando
< Beh? Non sarà stata mica la prima volta no ? >
Giuliana si pulì la bocca con un fazzoletto che appallottolò e gettò via. Il sapore disgustoso dello sperma le alitava sul palato.
< accompagnami a casa, ora >
Il ragazzo indugiava, tamburellava le mani sul volante, scrutando nell’oscurità.
< allora domani me la dai ? >
Giuliana non rispose. Teneva lo sguardo basso sul tappetino sotto di sé.
< ti ho fatto una domanda! > reagì rabbioso il ragazzo < me la dai o no? >
<…sssì…te l’ho detto. Aspetterò che mio marito esca e poi lo faremo >
< mi farai anche quello che mi hai fatto oggi ? >
< sì…se lo vuoi… >
< lo prendi anche nel culo? Sei vergine dietro? >
< Nnnno…>
Il ragazzo inarcò un sopracciglio < nooo? hai capito che razza di puttana! tuo marito ? >
Giuliana annuì < Sì lui… >
Il ragazzo sbottò a ridere sguaiatamente < quasi, quasi mi dispiace di non poter venire. Quando la ritrovo un’altra troia così? >
Giuliana alzò per un attimo lo sguardo, incredula < cosa…non verrai? >
Il ragazzo rise ancora più forte < No bella mia, io potrei anche venire ma sarai tu a non essere più parte di questo mondo. Stanotte avrai il più grande onore che potresti mai desiderare. Sarai data in sposa al nostro grande mentore! >
Ad un suo cenno, delle ombre si staccarono dal fondo di oscurità avanzando verso di loro.
Giuliana si sentì gelare quando vide le lunghe tuniche e i cappucci calati sul volto.
Coliandro battè il pugno sulla scrivania, sbraitando senza controllo. Gli agenti intorno alzarono un attimo il naso poi tornarono ad immergersi nelle loro carte. Erano abituati alle sfuriate improvvise del loro capo. Così come venivano, poi se ne andavano. L’importante era non farsi prendere nel mezzo.
< ma che cazzo! Ma che cazzo! > sbraitava Coliandro agitando la manona contro il soffitto <dovrebbe essere un NG erotico del cazzo, questo! E lui che fa ? me lo riempie di morti ammazzati e altre stronzate del genere >
Mentre gridava continuava a guardare il soffitto, come se quello potesse rispondergli.
Il soffitto rimase muto. Non risponde in questi casi. Per la verità non risponde mai, per quante preghiere o imprecazioni si possano rivolgergli. E questo in ogni mondo: vero o virtuale che sia. Si limita a guardarti impassibile, piangere e sbraitare. Cuoci nel tuo brodo amico.
< potevano esserci odalische profumate e miss mondo del cazzo, invece di quest’orrore! >
Dei fogli svolazzarono nell’aria. Coliandro li guardò atterrare planando. Servì a calmarlo
< almeno poteva farci scappare una sveltina anche per questo povero ispettore del cazzo, invece di queste seghe! > Si fermò di botto come se gli fosse venuta un’idea improvvisa.
< e io lo faccio ! Martin mi hai sentito? Io lo faccio. Perdiana se lo faccio! Tu non conti un cazzo qui, io ho il mio libero arbitrio, che credi ? >
Afferrò l’impermeabile e fece per scappare fuori, poi lo guardò perplesso e torno a levare gli occhi al soffitto < un impermeabile ! in pieno giugno! Autore del cazzo ! >
Lo appallottolò e lo getto con rabbia sul viso del suo vice ispettoredifrescanomina Sarti Antonio. Poi uscì sbattendo la porta.
Il gran sacerdote accese gli ultimi ceri. La luce tremolante delle fiaccole penetrava sotto l’ombra del cappuccio, rischiarandone i lineamenti duri e arcigni.
Si avvicinò all’incappucciato accanto a lui e gli pose una mano sulla spalla. Quello sussultò voltandosi di scatto, distendendosi quando lo riconobbe
< Jasper…>
< Nervoso? >
< No…Beh un po’ >
< Non dovresti. E’ la tua gran notte, questa. Sarai il secondo, subito dopo di me. Domani sarai in tutto uno di noi. >
< Non ho pentimenti. Me la voglio fare. Ho solo paura che…beh che non mi si rizzi >
Il gran sacerdote rise forte < oh si che ti si rizzerà. Guarda Hamis> Indicò la figura alta e allampanata che ciondolava presso l’altare dei sacrifici.
<tremava come una foglia, la volta scorsa. Però poi se l’è fatta due volte>
< Se la faranno anche gli altri dopo di me? >
< Gli stessi dell’altra volta, prima i gran membri: Caraven, Amon, Deosculpis e Ciacor, poi Hamis. Con me e te sei in tutto. Se quando loro hanno finito ne hai ancora voglia, a te è concesso ricominciare >
L’incappucciato annuì < Lo farò. Voglio possederla analmente! Sono anni che lo sogno>
<bravo ragazzo. Dopo di lei il rituale sarà completo e potremo congiungerci con le nostre consorelle. Calix sta facendo un ottimo lavoro con il suo gruppo. Guarda, eccola. Sta arrivando >
Al limite della radura era apparso il piccolo drappello. La donna, stretta in mezzo ai due che la tenevano, era terrorizzata. La tunica bianca le scendeva fin sotto i talloni e lei vi inciampava continuamente.
Il discepolo guardò il gran sacerdote, ghignando.
Coliandro sudava ed ansimava, il grosso pancione incollato ai glutei della ragazza. Non doveva avere più di diciotto o diciannove anni, di qualche regione imprecisa dell’est europa.
Lo aveva accolto con la solita aria annoiata nel piccolo monolocale, con indosso solo una vestaglietta stinta che le arrivava giusto al pube.
Coliandro l’aveva seguita, guardandole i piccoli glutei tosti come il marmo, fino al letto dove lei esercitava il mestiere. Aveva voluto essere pagata subito, poi gli aveva semplicemente chiesto come e quindi si era chinata carponi sul letto sollevando la vestaglia sulla schiena.
Un attimo dopo lui l’aveva penetrata.
echecazzo Martin! Mi hai fatto pure basso e grassoccio, che dovevo fare io? Che colpa ne ho? Che non scopo io? Che non ho le mie necessità come tutti? In fondo che faccio di male? A questa disgraziata le ho pure dato il doppio delle tariffa standard.
Finì con un grugnito animalesco scaricando tutta la sua virilità nel preservativo infilato nel culo della ragazza.
< male? > disse infine. La ragazza, in piedi, si stava massaggiando tra le chiappe.
Quella non lo guardò neanche, apri la porta e gli fece segno di uscire.
Coliandro gli passò davanti, poi si fermò sulla soglia e la osservò con gli occhi azzurri improvvisamente velati di commozione.
< in un mondo migliore ti avrei anche sposata, sai? Anzi, in un mondo migliore tu non saresti nemmeno qui con un vecchio panzone. In un mondo migliore non ci sarebbero pazzi che vanno in giro a massacrare persone > scosse sconsolato il grosso testone rasato < Ma questo mi hanno messo davanti e qui devo stare >
Alzò gli occhi sul soffitto viola. Viola non come quello bianco della caserma. Viola. Come il cielo in una stanza.
<Ok Martin, vacanza finita, vado a recitare la mia parte>
< c’è qualcosa che non quadra >
Coliandro agitò il sigarillo nell’aria, spargendo ovunque volute di fumo al mentolo. Davanti a lui i risultati della scientifica riempivano ben dieci pagine fitte di numeri e sigle.
< questi hanno lasciato più tracce di un elefante in una cristalleria. Impronte, DNA a iosa, potevano lasciare direttamente il loro biglietto da visita >
< non sono schedati > disse il vice ispettore di fresca nomina Antonio Sarti < abbiamo controllato tutti i gruppi satanisti della zona. Non sembrano esserci legami >
Coliandro rovesciò il rapporto <i risultati non sono ancora definitivi. Che sta aspettando ancora la scientifica? >
< Le tracce di sperma erano confuse e contraddittorie. Hanno identificato quattro linee abbastanza sicure, ma sulla quinta c’è ancora maretta. Sembra non attendibile, ma stanno ancora verificando >
Furono interrotti da voci concitate seguite da un discreto bussare. L’appuntato Malvolti si presentò, scuro in volto
< ispettore, ne hanno trovata un’altra >
Grasso infilò due dita in bocca al cadavere. Una giovane donna nel pieno della maturità, la cui sfolgorante bellezza strideva nel contrasto della morte.
< è stata violentata? In un certo senso > disse Coliandro all’orecchio del patologo. Questi annuì
< proprio così. In un certo senso >
< è stata drogata ? >
< drogata? No, non direi >
< ma hai detto in un certo senso…>
< ho detto che in un certo senso è stata violentata. Ma non drogata, no >
Coliandro sbuffò, contò fino a dieci e poi riprese a interrogare il patologo
< ok, è stata violentata ma…>
< in un certo senso>
< Naturalmente. In un certo senso. L’hanno stuprata sì, ma solo in un certo senso > Coliandro parlava convinto annuendo con il capo, come per dar maggior forza alle parole. < e non è stata neanche drogata, chiaro. Quindi era…cosa? Consenziente? >
Grasso alzò uno sguardo esasperato sull’ispettore
< Coliandro, certe volte parlare con te è impossibile. Non ha segni di violenza sessuale e non può averne del resto. Consenziente dici? > Il patologo si alzò con fatica. Iniziava far caldo e aveva già la camicia incollata alla schiena < è un po’ macabro ma si può anche dir così, sì >
Grasso si sfilò i guanti e fissò l’ispettore. Sotto le pesanti lenti i suoi occhi si erano fatti ancora più chiusi e vicini.
< era già morta quando l’hanno stuprata >
Martina Visconti uscì dal portone al pianterreno della sua casa al limitare del borgo. Si allacciò il casco sotto il mento e avviò lo scooter al primo colpo.
Dieci minuti dopo percorreva rombando l’arteria che collegava la statale 18 alla provinciale 61 in un tragitto imparato a memoria.
Osservò distrattamente i passerotti che fuggivano dai rami, squittendo, al suo passaggio. Mise il pilota automatico e ripassò mentalmente la lezione di geometria. Giorno di compito in classe. Nei venti minuti che avrebbe impiegato per arrivare al liceo G.Caligaris avrebbe avuto il tempo di completare buona parte della lezione.
Quasi non vide il grosso tronco di traverso sulla strada. Lo scartò all’ultimo istante utile con una manovra che avrebbe fatto impallidire Rossi e Stoner insieme e andò dolcemente a schiantarsi sul segnale di asfalto scivoloso a bordo strada.
Quando si alzò constatò che si era grattugiata buona parte dei jeans. Un lungo squarcio le scopriva la coscia e i glutei. Non male pensò, se l’avessi fatto apposta non ci sarei riuscita, è…sexy ecco.
Stava ancora tamponandosi la stoffa stracciata quando li vide.
Erano in due e la osservavano in silenzio sul prato antistante la strada, i cappucci calati sul volto. Istintivamente si voltò sull’altro lato e vide gli altri due apparire dal folto del bosco. Si volto disperatamente indietro e anche lì scoprì tre incappucciati che sbarravano la strada. Non ebbe bisogno di guardare per capire che anche davanti al tronco ce ne sarebbero stati altri.
Se Martina avesse potuto vedere oltre le tuniche scure avrebbe certamente notato i loro membri eretti, tesi dall’eccitazione del predatore che ghermisce la preda.
Come in una visione onirica si vide correre nuda per il bosco, le gambe graffiate dai rovi, grondanti sangue, i seni sobbalzanti. e gli incappucciati che la rincorrevano sollevando le tuniche per mostrarle i loro membri spaventosamente enormi. Si vide stesa su un altare, le cosce tenute allargate e la fessura oscenamente aperta e spalancata, pronta a riceverli dentro di lei.
Gli incappucciati mossero in silenzio su di lei, stringendo il cerchio.
Martina Visconti urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
Elvira Banozzi scansò i lunghi capelli neri che le ricadevano sul volto. Alzò lo sguardo su Coliandro e poi lo riabbassò rapidamente sul pavimento davanti a sé.
< signora perché è venuta solo adesso? Suo marito Carlo lo sa che qui?>
Carlo Banozzi era il capo della scientifica. Uno stronzo di prima categoria secondo Coliandro, con una spocchia lunga un chilometro e pari soltanto alla sua incompetenza. Però almeno aveva buon gusto. Elvira Banozzi non era male.
< No, non lo sa. Anzi ispettore la prego di non dire niente, perché come le ho detto io ero…ero…una di loro. Sono stata la prima ma so per certo che dopo di me è toccato ad altre. Ma non avevano mai ucciso nessuno…finora >
< Lei era consenziente ? >
< in un certo senso…>
Coliandrò batte con violenza il palmo sulla scrivania. Gli sembrò di udire l’ectoplasma di Grasso che ridacchiava in fondo alla stanza
< mi scusi…> si ricompose l’ispettore <che intende dire ? >
< Io…ho lasciato che mi facessero quelle cose, a pensarci ora è stato orribile ma all’epoca non ero in grado di oppormi. Le nenie cantate, i fuochi accesi, loro tutti intorno che ti guardano, aspettando il loro turno, e tu nuda al centro…>
Elvira Banozzi si interruppe. Una lacrima le sfuggì, correndo via su una guancia.
<…come le avevo detto è stato molto prima che conoscessi Carlo. Fu il mio primo marito a portarmi lì, lui è una specie di gran capo o qualcosa del genere, non potevo immaginare che sarebbe stato proprio lui a darmi in offerta agli altri >
< Continui>
< fui costretta ad avere ripetuti rapporti sessuali con tutti e quattro. Ce ne erano diversi altri, ma loro guardavano solamente, al massimo mi tenevano ferma mentre quelli mi violentavano. Alla fine temetti anche per la mia vita. Li sentii parlare chiaramente: uno voleva strangolarmi e l’altro sosteneva che non avevo sangue puro, che non ero adatta, che non c’era affinità di sangue. Alla fine mi lasciarono andare. Una settimana dopo chiesi il divorzio e me ne andai. Cinque anni dopo conobbi Carlo>
Coliandro si accarezzò il mento ispido < solo quattro…gli altri guardavano solamente. Era un’iniziazione per i neoaffiliati, certo. Non capisco invece l’emofilia. Usarono un altare? La distesero sulla schiena per…>
< No, non sulla schiena. Sulla pancia >
Coliandro inclinò la testa guardandola di sbieco < ma non l’avranno mica…>
Elvira Banozzi si nascose il viso tra le mani e scoppiò in un pianto troppo a lungo trattenuto.
< mi hanno sodomizzata, sì >
L’ispettore Coliandro sentì un formicolio riscaldargli il basso ventre. D’un tratto Elvira Banozzi gli sembrò ancora più bella e attraente.
Il trillo del telefono li interruppe. Coliandro si destò dalle sue inquietanti fantasie rettali e alzò la cornetta.
Riconobbe subito la voce stridula di Carlo Banozzi, capo della scientifica, nonché legittimo marito della presente bella Elvira. Lo avvisava che i risultati del DNA erano definitivi ed erano disponibili. Coliandro ringraziò e stava per riattaccare quando un’idea improvvisa si insinuò nella testa. Un’ondata di gelo gli serpeggiò, su per la spina dorsale. Il marito, non un consanguineo.
< Banozzi sei ancora lì? Hai anche il DNA delle vittime?>
<beh non era richiesto ma una scansione rapida l’ho fatta fare ugualmente. Tra poco dovrebbe essere pronta e… >
<Confrontala con quella dello sperma degli assassini e fammi sapere>
Coliandro riattaccò senza salutare, cercò di togliersi dalla testa l’orrore che la pervadeva e rivolse ad Elvira Banozzi il più luminoso dei sorrisi di cui disponeva.
< Signora Banozzi, permetta a questo povero ispettore di accompagnarla personalmente a casa>
Nicola Diomede, skatecar per gli amici, a causa della spericolatezza con cui si aggirava sullo skate, era al settimo cielo.
Stava per andare a letto con sua zia Carmela. La sorella di mamma! Pensò trionfante, sto per scoparmi la sorella di mamma! Il pensiero di sua madre gli diede un brivido di disgusto. Beh, in fondo non è mamma, anche se un po’ gli somiglia.
Non è mica incesto, si ripetè ancora una volta. Non dovrebbe esserlo, almeno. Incesto è quando si fa l’amore con la propria madre, di questo era sicuro, ed era una cosa veramente immonda, oltre che assolutamente proibita.
Zia non è mamma, in fondo, è solo sua sorella. Era proibito andare a letto con la sorella di mamma?
Tutte le titubanze, si dissolsero in un attimo quando vide zia Carmela entrare nella stanza con solo gli slip e il reggiseno indosso.
Temette di venire subito solo guardandola avvicinarsi con tutta quella roba che gli ballava sotto il reggiseno.
La donna gli salì sopra a cavalcioni lo spinse giù senza troppo complimenti.
< abbiamo poco tempo, tra un’ora mio marito torna > disse annodandogli i polsi alla testiera del letto < ti sei masturbato, come ti avevo detto ? >
< Sì, zia, neanche mezz’ora fa >
< Bene. Non voglio che vieni prima di me. Troppo stretti i polsi? >
Nicola guardò con un senso di ansia crescente le candele poste tutto intorno al letto. <Non mi piace farlo al buio e la luce elettrica mi dà fastidio> si era giustificata la zia.
< Un po’ > mormorò Nicola. La zia ora gli stava legando anche i piedi.
Skatecar guardò con disappunto le corde che lo tenevano fermo al letto < è proprio necessario, zia ? io…>
< Stai zitto. Da questo momento in poi non ti voglio più sentire. Puoi gemere se proprio non ce la fai a trattenerti, ma non voglio più sentire la tua voce. Per nessun motivo. Calix, puoi entrare ora. E pronto, possiamo cominciare>
Ai piedi del letto comparve un’altra donna, interamente nuda. Più alta di Carmela e decisamente più magra. I capelli stopposi raccolti in un crocchio sulla nuca, i piccoli seni appena accennati sul torace ossuto.
Nicola ricordò di averla già vista in compagnia della zia. Le malelingue del paese bisbigliavano anche che il rapporto tra le due era ben più morboso di una semplice amicizia.
Il ragazzo guardò istintivamente, con occhi smarriti, la folta e rigogliosa peluria biondo cenere che le ammantava il ventre come una nuvola vaporosa.
< ti piace bel bambino? Vuoi toccarla? > mormorò la donna lisciandosi la mano tra le gambe, le labbra increspate in un sorriso sadico.
< E’ sporca assai. Non la lavo da due giorni. Ho bisogno che qualcuno me la pulisca. Vuoi farlo tu, con la lingua, eh ?>
Nicola volse il viso impaurito verso la sorella di sua madre, che osservava ghignando la scena.
< Zia, ma cosa…>
Lo schiaffo fu improvviso e gli fece sbattere la testa violentemente contro il materasso.
< Lurido verme! Ti avevo avvisato! Ora se apri ancora la bocca lo farai solo per dare a Calix quello per cui lei è venuta qui. Mi hai sentito? >
Carmela lo afferrò per i capelli costringendolo a voltarsi verso la donna che gli stava salendo a cavalcioni sul viso
< non dovremmo indossare i sacri vestiti prima? > disse la donna allampanata, sedendosi sopra il viso di skatecar>
< non c’è fretta > rispose la zia < possiamo spassarcela un po’, prima. Ha già cominciato con la bocca? >
< Ancora no, forse ha bisogno di un incoraggiamento. Ma è davvero tuo nipote questo impiastro?>
< Una cazzata di mia sorella. Almeno ora ci torna utile, è ancora vergine questo idiota. Dai lecca piccolo bastardo! > disse Carmela artigliando i testicoli del nipote.
< oooh ! Siii ! Delizioso! > squittì Calix accoccolandosi sul viso del ragazzo. Spinse il ventre, strofinandolo con forza sul volto < chi se lo fa per prima? >
< Lo svergino io che sono sua zia. E poi tu hai già iniziato > rispose Carmela, sfilandosi le mutande < poi tocca a te, puoi scoparlo quanto vuoi ma non farlo venire mi raccomando. Deve eiaculare dentro il mio corpo, ricordatelo>
< Sì ma sbrigati, ho voglia di baciarti mentre vengo, mi sa che non duro molto >
< Eccomi ! > rispose Carmela salendo sul nipote. Gli prese il pene con la mano, strofinandolo contro il clitoride, poi sorridendo soddisfatta lo imboccò nell’apertura della vagina.
Scese di colpo impalandosi su di esso.
L’urlo di Nicola affogò e si perse negli umori liquidi di una fica esageratamente pelosa.
La seconda telefonata del capo della scientifica raggiunse l’ispettore direttamente sul letto matrimoniale di casa Banozzi.
Stesa carponi, al centro del letto, la moglie del capo della scientifica, piangeva le sue più calde lacrime mentre, dietro di lei, l’ispettore la sodomizzava con movimenti lenti e calcolati.
Andarci a letto si era rivelato molto più facile di quanto Coliandro avrebbe mai creduto. Elvira aveva ceduto praticamente subito e non aveva battuto ciglio quando lui nel bel mezzo dell’amplesso aveva tirato fuori il tubetto di vaselina.
L’aveva inculata selvaggiamente, incurante dei lamenti della donna e stava finalmente per eruttarle nella terga, quando lo squillo era iniziato.
Coliandro si sporse sopra il corpo della donna e afferrò il cellulare sul comodino.
< Coliandro, ti stanno cercando tutti dove cazzo sei? >
La voce del capo della scientifica stavolta gli sembrò melliflua come zucchero. Guardò la schiena sudata della moglie di Banozzi prima di rispondere < a casa tua a incularmi tua moglie >
< in giro perche? >
< Ho scoperto tutto. Ho capito perché rapivano le vittime con tanta facilità. Le conoscevano capisci? E non solo…tieniti forte: erano anche consanguinei ! Tutti, capisci?>
Elvira gridò quando Coliandrò affondò ancora dentro di lei. L’ispettore le tappò la bocca con una mano e si abbassò ancora di più, accostandogli il cellulare all’orecchio.
< Tuo marito. Ci vuoi parlare? > le sussurrò direttamente nel padiglione auricolare
< Arrgh! …grazie, magari dopo, quando posso muovermi…>
< Banozzi, io adesso devo finire una cosa (con tua moglie, siiiii). Chiama Sarti e digli di farsi preparare dei mandati >
< Già fatto, ci ho pensato io. Il primo fermato stà già cantando, vuoi sapere chi è? >
No non voleva saperlo o meglio se lo immaginava. Gli tornò in mente una figura esile e pallida appoggiata ad un albero in una triste alba livida.
Comunque mentre lui gli sodomizzava la moglie, Banozzi gli stava inculando il caso. Stava per riattaccare, ma guardando la signora Banozzi gemente e sudata gli venne voglia di sentire ancora la voce sovraeccitata del marito Banozzi.
< Non so. Mi butto: Forse Il nipote della Marini, la prima vittima ? >
Sentì la voce del capo della scientifica affievolirsi e perdere molto della precedente baldanza. Bastava poco per affievolire un nevrastenico come Banozzi. Chissà come avrebbe reagito se avesse visto cosa stava facendo sua moglie adesso. Magari posso fare due foto e mandargliele. Si credo proprio che lo farò.
< ah…sì…è lui, sì. Comunque sai che ho scoperto? Che questi disgraziati si capavano le loro vittime tra i parenti più prossimi hai capito? Il tipo qui, il nipote insomma, dice che…>
Ma Coliandro già non ascoltava più. Ne aveva piene le tasche di quella storia trucida e orrenda. Pazzi che per essere iniziati dovevano accoppiarsi con i loro congiunti e poi immolarli al posto loro per guadagnarsi la fiducia di chi? Di cosa? In questo mondo di carta dove tutto non conta niente, queste stramberie truculente gli apparivano ancora più superflue e inutilmente sadiche.
Preferì concentrarsi sulle sontuose natiche della moglie di Banozzi. Saranno state di carta anche quelle ma in quel momento i suoi sensi gliele facevano sentire di carne soda e odorosa e tanto gli bastava.
Martina Visconti poteva ben vantarsi di essere l’unica ad essere sfuggita integra dalla mani della banda di pazzi assassini che insanguinavano la zona.
Certo magari si dispiaceva un po’ che fosse stato proprio suo cugino ad attirarla in quella trappola. Comunque se era solo per un bocchino poteva anche chiederglielo, lei glielo avrebbe fatto, come l’aveva fatto all’altro suo cugino, che era anche più piccolo di lei per giunta. Che bisogno c’era di tutta quella pantomima? Lei sarà stata anche vergine ma con la bocca ci sapeva fare eccome.
Aveva iniziato la pratica con il suo ragazzo, deliziandolo per mesi nel buio delle frasche e dei portoni, poi aveva allargato le sue esperienza un po’ a tutti i suoi amici. Tutti ne erano entusiasti e volevano uscire ancora con lei.
Forse quei pazzi che l’avevano rapita conoscevano la sua fama, perché l’avevano obbligata ad avere rapporti orali con tutti loro.
In ginocchio, spaventata e tremante, Martina aveva aperto la bocca e succhiato tra le lacrime, i loro membri, uno alla volta.
Il primo, quello che aveva saputo poi essere suo cugino, era venuto quasi subito inondandole la bocca di una quantità abnorme di schifosissimo liquido seminale, che era stata costretta a mandare giù per non soffocare.
Il secondo ci aveva messo molto di più. Era il più violento. L’aveva presa per i capelli sulla nuca e le aveva infilato il cazzo in bocca senza tante cerimonie, imponendole con la mano il suo ritmo. Anche lui le era venuto in bocca.
Dopo il terzo aveva smesso di contarli.
E poi sotto l’ombra del cappuccio aveva già riconosciuto il primo, l’eiaculatore precoce.
Più tardi, con una coperta sulle spalle e una tazza di cioccolato bollente in mano, l’aveva indicato con mano tremante agli investigatori tra i tutti fermati dell’operazione.
Non era stato difficile per il viceSartiAntonio rintracciare tra i parenti della giovane sparita quello sbalestrato. Quel pazzo si dipingeva le magliette con teschi sanguinolenti e farneticanti scritte esoteriche. Lui, non l’avevano rintracciato subito, però avevano messo le mani sul suo amichetto del cuore, un altro fuoriditesta con così carico di piercing da sembrare una ferramenta. Erano andati per le spicce. Dopo soli dieci minuti di ‘interrogatorio pesante’, il giovane aveva perso tutta l’arroganza iniziale, e sputando sangue e lacrime gli aveva indicato in diretta il luogo giusto.
Quando erano arrivati avevano trovato la giovane completamente nuda, inginocchiata davanti ad uno dei rapitori, nell’atto di praticargli del sesso orale.
Non si era accorta subito delle grida e del fuggi-fuggi generale e aveva continuato per un po’ a muovere i riccioloni biondi su e giù.
Era talmente strafatta che quando finalmente aveva visto le divise grigio azzurre dei poliziotti le aveva scambiate per altri adepti della setta e ci era mancato poco che non si mettesse all’opera anche con loro.
Appuntamento rinviato di poco, perché di lì ad un mese Martina avrebbe estinto il debito di riconoscenza verso uno dei suoi salvatori, l’appuntato Marotta, con il quale aveva preso ad uscire.
Glielo aveva preso in bocca, nel buio della sua auto, già la seconda sera. Un piccolo record per lei.
Marotta si era confidato con un collega fidato e in breve Martina era diventata popolarissima presso la caserma locale e tutti facevano a gara per un appuntamento con lei.
Vinse l’agente scelto Pasqualini Mario di anni ventitré, che in una oscura notte di settembre, tra il lusco e il brusco, riuscì anche a sverginarla.
Tanto era l’entusiasmo che il povero Mario non pensò a prendere precauzioni e così sei mesi dopo, varcava le porte di una chiesa con la giovane neosposa, impacciata dalla gravidanza, attaccata al braccio.
Martina comunque non perse le sue buone abitudini e continuò a deliziare l’uccello del marito con le sue strepitose doti orali, per molti anni ancora, finchè morte non li separò.
EPILOGO
Coliandro, lo sguardo perso nel vuoto, era mollemente disteso sul letto di Elvira Banozzi e non smetteva di ringraziare il soffitto sopra di sé.
Elvira era stata una sorpresa. Non solo si era dimostrato una entusiasta sodomita ma aveva anche dimostrato di nutrire spiccate tendenze saffiche, e ora lei e la sua amichetta erano entrambe lì, nude accanto a lui che si alternavano con la bocca sul suo ventre proteso.
Prima una, poi l’altra. Passavano la lingua e le labbra sulla saliva appena lasciata dall’altra, senza posa. A Coliandro sembrava di avere vent’anni. Le aveva già possedute analmente tutte e due e quelle non sembravano ancora sazie.
Elvira aveva ancora qualche bizzarria, retaggio del suo oscuro passato. L’ispettore aveva storto il naso davanti al quel nutrito parterre di candele tutto intorno, ma se ne era ben presto dimenticato risucchiato nelle infuocate profondità rettali delle due donne.
Udì solo lontanamente, tra i spasmi del piacere, il rumore delle voci nella stanza accanto. Elvira si era alzata, lasciando all’amica il compito di continuare. E quella si era attaccata al suo pene e pompava e succhiava come fosse l’ultima cosa al mondo.
Coliandro era felice come un bambino. Martin sarà stato anche un pervertito e gli aveva fatto campare una vita d’inferno tra pazzi e assassini ma in fondo non era quel bastardo che dicevano e alla fine della storia gli aveva fatto trovare un bel cartello rosa con la scritta Happy End.
Elvira si ritrasse dall’uscio facendo entrare le altre due
< avete già cominciato? > disse quella più alta e magra con i capelli annodati in un antiquato tuppo biondo cenere.
< Altrochè. E’ già venuto due volte, bisogna che ci sbrighiamo. Mantras lo sta intrattenendo, ma non ne ha ancora per molto>
Le due iniziarono subito a spogliarsi ed in breve furono completamente nude. Elvira porse loro i due involti e prese a rivestirsi velocemente.
< Chi è la prima? > Disse quella bassina e mora che fino quel momento era stata in silenzio. Aveva due mammelle di un certo spessore sul quale spiccavano due aureole rosa molto larghe e perfettamente tonde.
Elvira le si avvicinò e le carezzò i capezzoli prominenti.
< Carmela. A te spetta la gran chiusura lo sai. Ma davvero lo conosci? >
< Sì. E’ una specie di cugino di quarto grado > ghignò la mora passando il dito sul filo della lama.
Con le tuniche indosso e il cappuccio calato sugli occhi entrarono in silenzio nella camera.
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