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martedì 3 marzo 2015

Professoressa Minzoni

Prefazione e avvertenze per l’uso.
Parte lento e finisce peggio. Il consiglio vivissimo è di tener duro senza saltare alla prima riga con “cazzo” o “figa”, anche perché non credo che ve ne siano o quasi. Il succo, o almeno il mio intento era questo, è proprio nel mezzo. Nella situazione, più che nella amena descrizione.


Professoressa Minzoni

Mancavano due giorni all’esame di maturità, quando la incontrai in strada. Trascinava, lei piccola e minuta, una valigia quasi più grande di lei.
La professoressa Minzoni, docente di latino e greco, non era mai stata sposata e stando a quanto si diceva pare vivesse ancora con la madre. Non era affatto brutta ma aveva un’aria così dimessa e sola da fare compassione.
Quel giorno poi lo era anche di più del solito. Roba da spezzarti il cuore.
“Posso aiutarla prof ? “
Due occhi azzurri e tristi mi guardarono senza capire.
“Ah! Maletti sei tu. Sei gentile, stavo portando via un po’ di cose”
Nella valigia c’erano probabilmente tutte le opere greche dalle fondazioni di creta e micene in poi, Qualcosa come 350 kg di cultura pura. E pesantissima.
Abitava poco distante mi disse, al quarto piano di un palazzo senza ascensore.
“Ah!” esclamai sentendo il mio coraggio liquefarsi ai 45 gradi all’ombra che c’erano quel giorno.
“Venga, Glieli porto io” rispose l’invasato che albergava in me.
Quattro piani e 250 kg dopo (100 li avevo buttati via per le scale, senza farmi vedere) ero seduto nel tristissimo salotto della tristissima professoressa Minzoni Laura, anni 45 nubile, e terribilmente affranta.
Pile e tomi di libri e carte accatastati in giro. Da una porta aperta, un letto vuoto con solo il materasso, e una flebo vuota accanto.
“Beh, grazie allora Maletti…”
Mi asciugai il sudore sulla fronte “Non è che avrebbe un bicchiere d’acqua, sa con questo caldo…”
“Oh si certo che stupida, scusa”
Entrai nella stanza. A parte il letto, la flebo e qualche scatola di medicinali in giro era vuota come per un trasloco.
“Eccoti l’acqua Mal…” si fermò al centro della stanza con il bicchiere in mano e scoppiò all’improvviso in un pianto dirotto e inaspettato.
Triste lo era già prima ma ora era troppo. Mi avvicinai imbarazzatissimo, mettendole una mano sulla spalla.
“Prof…cosa…”
Mi buttò le braccia al collo affondando il viso sul petto e fradiciandomi la Lacoste falsa appena comprata sulle bancarelle di Corso Vittorio.
Mai sopporata una donna piangere. Meno che meno quelle che ti piangono sulle Lacoste tarocche e anche un po’ sudate.
“Su prof, la prego…”
Tirò su con il naso e mi puntò addosso due grandi occhi celesti color del mare e bagnati come l’oceano.
“Scusa, scusa…e che mia madre, sigh! È morta ieri…”
Mi veniva da piangere anche a me. La piccola fiammiferaia triste e sola…
Le asciugai le lacrime sulle guance e mi trovai a fissarle la bocca semiaperta e tremante.
“Cazzo sta succedendo” mi chiesi mentre mi chinavo a baciarla.
Rimase immobile e un po’ stupita lasciarsi baciare. Quando mi staccai si toccò le labbra guardandomi con gli occhi azzurri, bagnati ecc. ecc.
Non sapendo che fare, mi chinai e la baciai di nuovo. Stavolta oltre che bagnate le labbra erano decisamente meno tese di prima. Quando mi staccai, l’azzurro non c’era più, gli occhi erano chiusi e la mia 42enne professoressa di greco e latino rimaneva come stordita tra le mie braccia.
Poi fu lei ad alzarsi in punta di piedi ed attaccare la bocca alla mia. Sempre più curiosa e vorace finche non mi trovai con 10 centimentri di lingua greca e latina che mi mulinava in bocca e le tettine piccole e morbide che premevano sulla mia lacoste falsa, bagnata e sudata.
Cazzo prof non faccia così sennò…
Il ventre dentro la gonna monacale che si strusciava contro l’imbarazante bozzo che mi era spuntato nei pantaloni, fu veramente troppo.
Senza pensarci, le passai una mano sul petto e strinsi una tettina piccola e triste, poi fu poco anche quello. La feci passare sotto la maglietta, trovando e apprezzando un reggiseno merlato tipo seconda misura. Quando scoperchiai anche quello passando a palpare le tettine a pelle nuda, la Minzoni mi spinse con foga il bacino contro, rischiandomi di farmi bagnare prematuramente i pantaloni.
Le alzai la maglietta, abbassai il viso e mi diedi a ciucciarle dai capezzoli, mentre la pazza mi stringeva la nuca contro il seno.
Scesi giù, lungo l’ombelico, e lottai inutilmente con una zip di gonna a prova di grimaldello.
“Prof, scusi, come cazzo si apre…”
La Minzoni contro la parete mi guardava terrorizzata stringendosi le braccia intorno al seno nudo.
“Vattene! Vattene subito o mi metto a urlare!”
“Ma vaffanculo te, vecchia pazza” bofonchiai sottovoce, da quel gran cavaliere che ero.
Non avevo fatto due passi che due seni piccoli e puntuti mi si appuntarono sulla schiena e delle braccia mi strinsero forte.
“No, aspetta, non mi lasciare sola, non te ne andare…resta, resta”
Ancora i riccioli biondi sul petto, ancora gli  occhioni color del mare e stavolta anche un discreto paio di tettine small size, nude e ballonzolanti.
Mai guardare un paio di tettine nude e ballonzolanti troppo a lungo. Ipnotizzano peggio di Giucas Casella in televisione.
Le presi il viso tra le mani e la baciai di nuovo. Accettò il bacio, anche se senza slinguamenti stavolta.
Buttai giù i 250kg greci dal divano e la feci sedere accanto a me tentando di mettere di nuovo le mani su quei seni lisci e soffici e sopratttto nudi,mentre gli davo di bocca in bocca.
“No…no ..basta, parliamo, parliamo un po’ ti va?”
“E che mi vuole interrogare prof?”
Scoppiò a ridere e fui felice di vedere finalmente un sorriso su quella bocca troppo a lungo triste.
“Scemo” disse “sei proprio scemo”.
Nascondendosi il seno con le mani raccolse la maglietta e se la mise. Bene, senza tette in giro era tutto più semplice. Sarei rimesto a consolarla tipo 1 o 2 minuti e poi quattro piani finalmente in discesa e senza Socrate e Platone in collo.
Invece la stronza mi si raggomitolò tutta contro il fianco, riccioli biondi sulla spalla e gambe raccolte sul divano. Collant e piedi nudi. Sono capace di resistere a tutto meno che a collant e piedi nudi.
Piccola com’era la circumnavigai e le strinsi un piede. Era freddo e umidiccio, cocktail pericoloso per un inguaribile feticista. Avrei voluto mettermeli sul viso quei piedini birbanti, e sospettavo, anche un po’ puzzolenti, il che era anche meglio che se feticista ero, tanto valeva esserlo fino in fondo.
“Sei così dolce Minetti…”
“Maletti prof, ma mi chiami Alberto”
“Laura…”
“Piacere” dissi stringendole il piede.
“Hai da fare stasera? Potremmo ordinare una pizza, mangiare qui e poi magari leggere un libro o guardarci un film…”
Sentii un fremito dentro. Se me la giocavo bene ci sarebbe scappata una grandissima scopata con la mia prof di greco, anzi con Laura.
Poi guardai la stanza con il letto vuoto e mi scese dentro tutta la tristezza di cui si era appena liberata lei. Quella povera sciagurata che lo faceva per non sentirsi sola con un fantasma caldo caldo che ancora girava per casa, si andava a mettere nelle mani di un maniaco feticista che le palpava piedi e tette con egual piacere.
“veramente non lo so…ecco tra due giorni ho l’esame e…”
Un sibilo leggero che si tramutò rapidamente in tiratine su col naso e poi in lacrimoni grossi grossi che le totolavano giù dalla guance.
“Certo, scusa, hai ragione, che stupida, che stupida, che stupida…tu ce l’hai una vita…”
Carezza asciuga-lacrime, bacio e dopo un po’ anche un assaggio di lingua leggera e timida timida.
“Laura…”
“Minetti…”
“Prof…” dissi allungandogli una manona sul seno.
“Manetti…Alberto…no dai…”
Scavallai la maglietta. Era senza reggiseno stavolta. Piccola ma tremendamente liscia e calda.
“Minetti…Miletti…dai non fare così”
“Maletti, prof, Maletti” dissi baciandole un seno.
Le vidi la pelle drizzarsi come quella di una gallina e poi sospirare e ansimare e piangere insieme.
Con il viso tra le sue tette sbirciai il cell. Vibrava, i miei mi aspettavano per cena.
“Mà? Non torno a cena…no sto studiando e poi forse…” abbassai la voce “andremo in disco per festeggiare la fine dell’anno, credo che farò tardi…molto tardi”
“Tua madre?”
“Sì”
“Resti qui con me?”
“Sì”
“Grazie, lo apprezzo molto” disse la poveretta stampandomi due labbra morbide e velenose sulle mie.
Forse per il resto non era molto esperta ma con il lingua-lingua ci sapeva fare, eccome.
Presi una forbice e cominciai a tagliarle la gonna. Oltre ad avere la  zip anti-stupro era anche dannatamente lunga. In effetti, non fosse stato per la cascata di capelli biondi, con quelle scarpettine, quella gonna grigia a pieghe e la maglietta abbottonattissima, la Minzoni sarebbe potuta passare tranquillamente per una suora.
Feci scorrere le mani sulle cosce finalmente libere. La poveretta si stringeva a me e non si era accorta neanche di non averla più, la gonna addosso. Mi infilai nell’interno cosce e presi a salire, a salire, a salire…
“Oh Minetti che fai?
La spinsi giù “Laura, Laura” Un tizzone caldo che ustionava, la carne tenera bruciante cedere sotto i collant, l’anulare a scendere e salire lì, proprio nell’incavo della fessura
“Miletti ti prego…”
Ci misi il viso finalmente tra quelle due belle cosce calde calde, e arrivato alla meta le baciai il frutto proibito
“Manetti, cazzo, Manetti”
Per un po’ fui tentato di smettere. Era la prima volta in tre anni che la sentivo dire una parola che non fosse accidentolina o accipicchia.
“accipicchia Manenti…”
Ah ecco. Ripresi a leccare sul cavallo dei collant con più foga.
Quando le abbassai in un sol colpo collant e mutande, la Minzoni si riebbe. Una pallida cresta gialla e riccioluta le ricopriva il triangolo magico e la prof se la fissava instupidita come se non la riconoscesse.
“Rosa Rosae, Rosarum” Avevo appena tolto le mutande alla mia professoressa di greco e latino e mi stavo slacciando i pantaloni.
“MANENTI NO!” Stavolta, quello della Minzoni era un urlo vero e proprio.
“Stai buona, Laura, buona su” dissi montandole sopra. La obbligai ad aprire le cosce e mi ci insinuai in mezzo, premendo a fiocina spianata sulla giusta apertura
“NOOOO! NOOOO” piangeva la poveretta.
Le misi una mano sulla bocca e spinsi forte. Niente.
Ma dove cazzo ce l’hai? Presi il cazzo cercando il punto giusto, ma nulla da fare. Eppure doveva essere lì per forza. Spinsi con più decisione e mi sembrò di avanzare leggermente. Puntai i piedi e diedi uno strattone forte e finalmente sprofondai dentro la fica gialla e pallida della mia prof di G&L.
La Minzoni laciò un urlo da far gelare il sangue, cercai di tapparle la bocca, ma quella mi mordeva le dita e gemeva e singhiozzava.
Cominciai a muovermi lentamente avanti e indietro, con una mano sulle sue labbra e l’altra che le stringeva e strizzava le tettine. Ogni tanto la sentivo singhiozzare un lamento stridulo e francamente anche un po’ ridicolo. Una specie di “Ahi-Ahi-Ahi” ripetuto all’infinito come un disco rotto.
Quando mi sentii vicino, con uno sforzo supremo mi tirai indietro e venni copiosamente innaffiandole la pancia e la peluria gialla e crespa.
La Minzoni si girò su un lato raggomitolandosi tutta in posizione fetale, singhiozzando e toccandosi l’interno cosce.
Solo allora scorsi delle macchie di sangue sul lenzuolo  e sulle gambe.
“Cazzo, Prof mi dispiace, non sapevo che…” ma poi mi infuriai: come cazzo fai ad essere ancora vergine? Hai quarantadue anni, cazzo d’un cazzo!
Ancora riccioli biondi da accarezzare e lacrime da asciugare, la lacoste me l’ero tolta per scopare, si sarebbe salvata dalle lacrime ma non dal sangue virginale della prof.
 “Che mi hai fatto, che mi hai fatto!” piangeva l’ex-vergine monaca.
Le asciugai le lacrime una ad una, baciandole il viso e il collo, finchè non sembrò calmarsi. Le misi una coperta addosso e la avvolsi con il mio corpo.
Avrei voluto sapere cosa fare, ma non lo sapevo. L’unica cosa che sapevo fare era scopare, quello sì un po’ lo sapevo fare, ma dopo, come confortarla mi era sconosciuto. Le ragazze con le quali ero stato erano delle specie di veterane, che lo facevano da quando avevano dodici anni.
“Mi hai fatto male…mi hai fatto tanto male” si lamentava intanto la 42enne Minzoni, tra le mie braccia.
Andai a frugare nell’armadietto dei medicinali. Presi due o tre scatole e tornai da lei porgendogliene una a caso. Non la prese.
“Prof, vuole che…gliela metta io? Se vuole…”
Lanciò un gemito, raggomitolandosi ancora di più, una specie di riccio biondo di 42 anni, piccolo e gemente. Gettai il tubetto e ripresi la vecchia cura a base di baci e carezze.
Funzionava decisamente meglio e dopo un po’ dal viso passai al collo e anche più giù. Quando le strinsi tra le labbra un piccolo capezzolo marrone, i singhiozzi si erano già trasformati in sospiri.
Fu una scopata strana: Lenta e dolorosa, in quella casa vuota e triste, piena solo di vecchi libri e materassi vuoti.
Gemeva la mia prof mentre mi affannavo ad infilarle il pene su per l’utero, sempre più in fondo e più veloce. Aveva rimesso su lo stesso disco rotto di quando, poco prima l’avevo deflorata. Quello stridulo “Ahi-Ahi-Ahi” stentoreo e un po’ comico, con il quale accoglieva i miei affondi dentro di lei.
La feci mettere sopra di me, e dopo un attimo di incertezza fu lei ad indovinare il canale giusto ed a calarsi, gemendo sulla mia erezione. Mentre le baciavo i seni, iniziò timidamente a muovere il bacino in piccoli movimenti contratti che si fecere sempre più veloci e urgenti fino a scatenarsi in un diluvio di lacrime, riccioli biondi e fianchi agitati freneticamente. Venimmo all’unisono e ci addormentammo ognuno nelle braccia dell’altra.

Era ancora buio, ma doveva essere molto tardi. Raccolsi le scarpe, la mia lacoste falsa/sudata/bagnata e macchiata di rosso e in punta di piedi aprii la porta.
“Te ne vai? “
Mi paralizzai. Avevo pensato vigliaccamente di risparmiarmelo questo. Il fatto è che mi vergognavo a dirle che ero solo un diciottenne che dormiva a casa dei genitori e che mia madre probabilmente mi stava ancora aspettando alzata.
“Scusa…non volevo svegliarti” tacqui non sapendo più bene su quale specchio arrampicarmi “E’ che tra due giorni ho l’esame e…”
“Non siamo a scuola, non devi mica giustificarti e del resto…lo sapevo che sarebbe finita così”
“Ok…allora io vado”
“Sì”
“Ciao…Laura”
“Ciao, Minett…Manent…” sorrise e si tirò su il lenzuolo a coprirsi il volto “abbiamo fatto l’amore e ancora non mi ricordo come ti chiami”
“Alberto”
“Sì…Alberto”
Mi chinai a baciarle una guancia. Una lacrima faceva capolino, incerta se buttarsi giù subito o aspettare per orgoglio che me ne andassi.
“Prof…Professoressa Minzoni, è…è stato bello”
Indovinai un rossore oltre il viso che si nascondeva “Sì…fa un po’ male…ma è stato bello…Grazie”
Rimasi basito. Arrossiva e mi ringraziava. La mia ragazza dopo, si tirava su le mutande sbadigliando. In quale tunnel spazio-temporale ero finito? ?
“Per i libri che le ho portato su o per…l’altro?” Scherzai. Ancora non riuscivo a darle del tu.
“Per i libri, per i libri, Maletti”
“Prof si è ricordata il mio nome!”
“Sono…” esitò, sbirciandomi da sotto il cuscino “Sono Laura…”
La lacrima rotolò giù e un’altra prese a brillare al suo posto. “Vai, adesso. Non ti sopporto più”
Mi infilai la maglietta e guadagnai la porta. Mi aspettavano 4 piani  e altrettanti km a piedi nel grigiore deserto e silenzioso dell’alba.
“Alberto?”
“Sì Laur…amore”
Incassò reprimendo un singhiozzo.
“Non lo racconterai a scuola, vero?”
Che gusto c’è a scoparsi la tua professoressa se non puoi raccontarlo a nessuno? Sarei passato negli annali scolastici. Sarei stato ricordato da intere generazioni di studenti come quello che ha scopato la Minzoni. (“Se l’è fatta in casa sua e come strillava la professoressa! Pare che l’abbia addirittura sverginata, pensa un po’ ! ”). Sarei entrato di diritto nella mitologia del liceo tra Pericle e Temistocle. Anche i miei nipoti avrebbero sentito parlare di me

“Scherzi? Non lo farei mai”
“Non lo sopporterei…non potrei mai sopportarlo”
Chinai la testa. Mi sentivo un verme e non riuscivo a guardarla “Beh, Laura io allora andrei”
“Tornerai…qualche volta?”
Stavo per prodigarmi ancora in un fiume di rassicurazioni tutte ineffabilmente false ed ipocrite, poi scorsi un piedino freddo e minuto fare capolino e un brivido mi scosse. Avevo ancora voglia. Voglia di incolti riccioli biondi, di pallide tettine e di piedini freddi ed umidi. Avevo voglia di lei.
“Lo farò” dissi “Magari, mangiamo una pizza insieme o ascoltiamo un disco, che ne dice pr…Laura?”
“E’ un bella idea” sorrise “magari facciamo anche quello che hai detto…dopo!”
Guardai fuori. Iniziava ad albeggiare ma la notte resisteva ancora. Una volante passò schiamazzando sul viale. Mi tolsi la maglietta.

Dopotutto non era così tardi.




Postfazione:
Una professoressa Minzoni (anche se non si chiama così) esiste veramente ed è esattamente come l’ho descritta. Ovviamente non l’ho mai stuprata e anzi per quanto ne so, sta beatamente vivendo tuttora la sua matura verginità

giovedì 20 febbraio 2014

Cura Definitiva



Ha gli occhiali di tartaruga e la faccia quadrata. Se non fosse per gli occhiali non si direbbe neanche un medico.
“per oggi abbiamo finito” annuncia. Sono le prime parole che ascolto da quando sono qui.
Mentre parlava non ho fatto che pensare al caldo seno di mamma. Alla morbidezza della carne, all’asperità rugosa dei capezzoli. Mi sarebbe piaciuto leccarli quei due ciucci viola, ma quando ho tentato di farlo mamma si è riabbottonata subito. Però, le mammelle se le è fatte toccare.

Mi aspetta fuori, confabula con il dottor Traversi che gli proclama “significativi passi avanti”.
Quando torniamo a casa ho urgenza. In macchina le ho guardato tutto il tempo il rigonfio pesante del seno ingrossarle la camicetta. Non vedo l’ora di toccarle di nuovo.
Mamma è rigida quando intuisce cosa voglio farle. Cerca di tergiversare, infine quando capisce che non c’è niente da fare si arrende e siede impalata come un manichino.
Mi inginocchio davanti e inizio a sbottonarle il vestito. Lentamente, un bottone dopo l’altro, le grandi tettone appaiono. Il solco che le separa è lungo e molto profondo.
Sobbalza mamma, quando gliele sollevo delicatamente. Resto solo un attimo ad ammirarle, poi non resisto. Vi affondo il viso in mezzo.

Credo si stia abituando. Oggi è durata più del previsto. Me le sono strofinate addosso a lungo. Sul viso. le protuberanze dei capezzoli a graffiarmi le guance, gli occhi, il naso, e quando ho raggiunto la bocca mamma finalmente non si è opposta.
Gliele ho succhiate.

Kildare, ha un leggero difetto di pronuncia. Le “s” diventano sc” nella sua bocca, come se indicasse di far silenzio.
“E’ necesciario, Fa parte del percorso cognitivo, scignora”
La voce di mamma non la sento bene di qua della porta, ma non mi sembra per nulla convinta.
“L’ha fatto di nuovo! Mi ha toccato il seno e anche…lasciamo pedere và!”
E’ accondiscendente il dottore dei pazzi. Rassicura, conforta e informa: “normale regrescione del fenomeno” sentenzia serafico.
“Ma lei non sa cosa…”Abbassa la voce, mamma. Devo incollare l’orecchio alla porta per carpire qualche sillaba “no…nate sul viso…succhiate…”
Mi si drizza quando lo dice. E’ che sento ancora il dolce sapore dei suoi capezzoli sulla lingua. Sì, finalmente mamma se le è fatte succhiare, mi ripeto da solo. Ho voglia di masturbarmi, ma resisto.

Quando gliele tiro fuori di nuovo, mamma sospira, rassegnata. Io mi metto subito al lavoro e spremo, impasto, lecco. Passo da una all’altra e non mi stancherei mai. Mamma si abbandona sulla poltrona rassegnata. Dalla camicia completamente aperta il rigoglio ragguardevole delle mammelle è irresistibile. Lo scuro viola dei capezzoli stride con il bianco candido della camicia.
E’ un incanto essere qui tra le cosce di mamma, con le sue mammelle nude davanti. Le ho abbassato il reggiseno fino allo stomaco e gliele impasto voluttuosamente.

Mi ferma la mano sotto la gonna. Stringo l’elastico delle mutande e lo tendo giù. Fa resistenza, poi progressivamente le dita si rilassano. la stretta si allenta fino a cedere. Gliele abbasso.
Mi sembra incredibile. Me l’avessero detto sei mesi che sarei riuscito a sfilare le mutande a mia madre gli avrei dato del pazzo.
Urla e strepiti quando mi aveva sorpreso a masturbarmi con i suoi collant. Poi il calvario della psichiatria. Uno specialista dopo l’altro fino a Traversi, il luminare massimo. Terapie rivoluzionarie e accertate, risultato garantito. Proprio come se vendesse un sapone.

Ha la sorca molto pelosa, mia madre. Mi piace. Le pongo le mani sulle cosce imponendogli di allargarle.Voglio vederla bene “dentro”.
“Eh, no! ”  protesta. Non mollo e la costringo ad aprirle. Non posso essere arrivato fin qui e rinunciare proprio adesso. Le mie dita affondano nella carne morbida delle cosce.
“Apri…dai aprile, mamma, voglio vederla” La mia voce è roca più di quel che vorrei e mamma incredibilmente cede.

Quel che le faccio dopo è facilmente immaginabile.
Mamma si lamenta e si contorce mentre le lecco la sorca. E’ deliziosamente sudicia e viscida. Ho alcuni peli in gola e un sapore terribilmente cupo sulla lingua.
Tutto precipita. Il terrore negli occhi mamma quando mi slaccio i pantaloni. Il cazzo svetta fuori enorme e prepotente. Mamma piange quando lo avvicino al cespuglio nero della sorca.
Lo faccio.

Se si toglie gli occhiali di tartaruga perde molto del suo phisique-du-role. Siamo fuori dallo studio, A quest’ora non è prudente, il vero Traversi dovrebbe rientrare oggi.
“Sciono laureato anch’io, che credi?” mi informa.
Sei radiato” ribadisco. Per sicurezza gli allungo comunque un altro centone. Dopo tutti quelli che gli ha dato mia madre ha già una piccola fortuna, ma non c’è prezzo per quello che ho comprato o meglio che ha comprato mia madre per regalarla a me.
La fica proibita di mia madre per me è oltre ogni immaginazione e in ogni caso alla fine la cura ha raggiunto il risultato.
Non credo che mia madre confesserà mai a nessuno quello che abbiamo fatto. Il tempo dei dottori è finito e la vergogna e il pudore faranno il resto.
Mi ha accarezzato quando ho finito, e mentre il pene si ammosciava dentro il suo antro bagnato, l’orrore e il rimorso per quello che avevo fatto mi crescevano dentro.

Ora che ho saldato anche il mio complice la storia dovrebbe essere chiusa definitivamente. L’altro conto quello con mia madre, l’ho già pagato subito dopo esserle venuto dentro.
No, il ribrezzo e la nausea dopo l’incesto tanto sospirato proprio non me li aspettavo. Ma sono arrivati ugualmente, ancora più violenti perchè inaspettati. Ho vomitato.

Mentre ci rivestivamo, timorosi e mortificati io e mamma ci siamo guardati e non cè stato bisogno di parole. Nei suoi occhi lividi cerchiati di rosso tutto l’orrore che per quello che aveva dovuto subire si rispecchiava nel mio. Identico.

“Traversi dunque aveva ragione” mi dice ora. Dopo lo stupro non ci siamo più parlati e io stento a seguirla. Scuote la testa “Non sapevo se avrei mai trovato il coraggio, ma alla fine l’ho fatto e aprendo le gambe ti ho dato quel che volevi”
Spalanco gli occhi e annaspo. Non capisco. Ha forse scoperto tutto? Continua.
“Era veramente lui sai? Traversi dico. Sosteneva che il modo più radicale, brutale finchè si vuole, era lasciartelo fare, ma dovevi credere tu, di avermi violentata”.
Le parole le escono di getto, come volesse liberarsi la coscienza, lei che ha subito lo stupro.
“Lo schock dell’incesto ti avrebbe curato da solo…Pare che, anche se non lo si dice, sia un metodo  piuttosto diffuso e soprattutto sicuro”
Quando sto per piangere mia madre mi fa poggiare  il viso sul suo petto. Petto di odoroso di  maternità e non di altro. Hanno ragione, lo so.
Lei e occhiali di tartaruga.

lunedì 2 dicembre 2013

La prima lezione



Perché era tutto così dannatamente difficile?
Già dover provvedere giorno per giorno al sostentamente suo e di Rik gli sembrava un castigo sufficiente, senza dover aggiungere anche questo.
Erano i momenti in cui rimpiangeva l’assenza di Sandro, ormai suo figlio aveva raggiunto quell’età in cui l’assenza di un padre si fa più sentire.
Aveva dovuto vincere un imbarazzo ancestrale per riuscire a parlare di certi argomenti con il figlio ma finalmente anche Rik sembrava pronto ad aprirsi.
“E’ che…vedi qui?” le aveva detto arrossendo Rik, non meno imbarazzato di lei, indicandosi il pube.
“Sai quelle cose che fanno i ragazzi da solì…tutti i miei amici lo fanno”
“Sì certo che lo so” si sforzò di sorridere “è normalissimo alla vostra età”
“E’ proprio questo” gemette Rik “Io no, non ci riesco, quando cerco di…insomma mi passa l’eccitazione”
“Oh amore mi stavo preoccupando. Non allarmarti arriverà anche per te il momento. Quando ti sentirai pronto ti riuscirà naturale”
Si sentì subito a disagio. Non era gran che come aiuto, anzi non lo era per niente. Era solo un rinviare il problema. Ma perché era così difficile doverlo spiegare? Avrebbe dovuto vincere quella nociva ritrosia e parlarne in modo naturale, come del resto era il sesso: Una cosa naturale.

Dopo cena Rik gli venne accanto sul divano. Era una cosa che faceva sempre quando si sentiva giù. Era capace di restare così per ore, in silenzio, guardando distrattamente la TV. Gli bastava sentire vicino il calore del corpo della madre per tranquillizzarsi.
Quella sera la consueta fiction del venerdì trasmise un inaspettato fuori programma: La scena di sesso era abbastanza esplicita e il rigonfiamento sul ventre del figlio mostrava chiaramente che non gli era affatto sfuggita e che anzi, per così dire, la gradisse.
Era l’occasione giusta per rifarsi dell’evasiva risposta di poco prima.
“Beh! Mi sembra che tu non abbia problemi no?” rise Carlotta, guardandogli l’erezione dai contorni chiari e netti, stagliata contro i pantaloni.
Rik arrossì violentemente, coprendosi quell’imprevista oscenità con le mani.
“Tesoro senti, perché non vai di là? In bagno o nella tua cameretta. Mi sembra il momento giusto per cercare di fare…quello di cui mi parlavi prima”
Il viso del figlio si infiammò come un incendio al napalm. Bofonchiò qualcosa che sembrava vagamente un no, mentre si contorceva, tentando vanamente di nascondere il mostro che gli urlava nelle mutande dagli sguardi indiscreti della madre. Gli riuscì per altri cinque minuti ma alla seconda scena spinta, si alzò allontanandosi in tutta fretta.
Le speranze di Carlotta di una rapida e indolore soluzione naufragarono del tutto davanti al ritorno più che mai triste e avvilito del figlio. Il clamoroso rigonfio era sparito e lui sembrava sul punto di mettersi a piangere.
“Fatto tesoro?” se non altro ora riusciva ad esprimersi abbastanza disinvoltamente.
“No” tagliò il ragazzo trincerandosi in un mutismo assoluto.
“Eppure sembravi così eccitato. Ma come lo fai?”
“Mamma!”
“Tesoro non vergognarti, magari non ti muovi bene, non so”.
Come poteva fare per aiutarlo? Deglutì cercando il coraggio di proseguire “So che non è facile e veramente non so neanche se sia giusto, ma… insomma potresti provare a farlo qui, ora davanti  a me. Ti spiego io se lo fai male”
Rik era paonazzo ma indeciso. Nonostante la vergogna che lo bloccava era evidente che moriva dalla voglia di farlo, lì davanti a sua madre.
Si sbottonò i pantaloni e indugiò a lungo con la cerniera. La apriva parzialmente per poi tornare a richiuderla, timoroso. Carlotta sospirò:
“Cosa c’è amore, ti vergogni di me?”
“Sei una femmina…”
“Non dire idiozie. Sono la tua mamma. Sai quante volte te l’ho visto? Avanti spogliati, su”
Il ragazzo sollevò malvolentieri il sedere e fece scorrere i pantaloni fino alle caviglie. Dopo un attimo di esitazione, infilò i pollici nell’elastico e abbassò anche le mutande.
Un piccolo pene bianco saltellò fuori tremolante. Alla luce diafana della televisione sembrava ancora più misero e coperto interamente dalla pelle, come se per nascondersi tentasse di rinfilarsi dentro se stesso.
Sullo schermo frattanto i due protagonisti stavano finalmente celebrando la loro prima sospirati sima notte di nozze. La ragazza gemeva disperatamente mentre l’uomo si affannava sopra di lei.
“Perché si lamenta?” disse Rik tentando di distogliere quell’attenzione insopportabile della madre verso il proprio pisello.
“Oh le piace, stai pur certo. E’ così che le donne esprimono il loro gradimento”
Proprio in quel momento alla neosposa scappò fuori un seno. Era una tettina minuta, appena accennata, con un ancora più minuscolo puntino rosso al centro, ma era il primo attributo fisico che si distingueva chiaramente in tutto il film.
Carlotta stava per perdere la speranza, quando il pene del figlio iniziò a dare segni di chiaro riseveglio. Come destandosi dal torpore, si inturgidì, ruotando su un lato, quindi prese lentamente ma inesorabilmente ad alzarsi, diventanto sempre più grosso e voluminoso, non solo in spessore ma anche e sopratutto in altezza.
Era stupefacente constatare come in un tempo tutto sommato brevissimo quello che sembrava un inerte rametto secco si fosse improvvisamente trasformato in quel massiccio bastone nodoso. Non c’era alcun rapporto di forma e meno che mai di dimensione, quasi triplicata, tra prima e dopo.
Ma c’era anche un’altra ragione sul fatto che Carlotta rimanesse inebetita davanti a quella trasformazione. Una ragione più profonda e molto più inquietante:
Suo figlio, il suo bambino era ormai un uomo fatto e se caso mai non se ne fosse accorta prima, la grandezza granitica del suo cazzo ne era la prova incontrovertibile.
Quell’appendice carnosa, schifosamente lunga e dura, nata dal nulla, aveva uno scopo solo e ben preciso. Uno scopo che nulla aveva più a che fare con la fanciullezza.
Quello era il cazzo di un uomo. Fatto per scopare.

“Ah ti piacciono i seni, vedo” scherzò facendo avvampare il ragazzo. Non doveva perdere tempo ora che il ghiaccio era rotto. Si schiarì la voce: “Dai tesoro, fammi vedere come fai. Prova a toccarti”
Rik pose la mano sul pene coprendolo con il palmo e tentò di dare un paio di colpi.
“Ma…tesoro non lo scopri? Dovresti tirare giù la pelle prima”
Il figlio distorse la bocca in un lamento “Non posso, se lo faccio poi quando mi tocco mi fa un male terribile”
“Aspettami qui” sorrise la madre. Quando tornò in mano stringeva un vasetto con una strana sostanza oleosa.
“Metti questo sopra, vedrai che ti aiuterà”
Il ragazzo prese due dita di quella sostanza e tentò goffamente di cospargerla, stando ben attento a non toccarsi sulla punta dove la pelle si era leggermente ritirata. Cioè nel solo punto dove avrebbe dovuto metterla. Così non aveva senso.
Carlotta prese un fazzoletto e ne intinse un lembo nel vasetto “vieni avvicinati lo faccio io”
Toccò delicatamente la punta del pene con il fazzoletto, proprio dove affiorava appena l’orifizio orinale e subito Rik si piegò in due dal dolore.
“Amore devi resistere, vedrai che dopo non sentirai più male. Dai, scoprilo tutto ora”
Rik guardò il sorriso rassicurante della madre e tenendo il pene fermo con una mano, tirò giù la pelle con l’altra.
“Non farmi male mamma, ti prego” squittì avvicinando il pene nudo alla madre. Il glande ora completamente scoperto, era arrossato e gonfissimo
Carlotta intinse il fazzoletto e ve lo pose sopra, ricoprendolo di uno spesso strato di di quella sostanza vischiosa.
Passata la prima, difficile stesura, Rik aveva smesso di lamentarsi. Guardava affascinato le dita della madre che, attraverso il fazzoletto, lo toccavano instancabilmente avanti e indietro sulla cappella, che si era fatta gonfissima e molto dura.
Improvvisamente il pene, come fosse animato da vita indipendente, diede un violento strattone, inalberandosi prepotentemente verso l’alto. Il gesto si ripetè autonomamente altra due volte, come un giocattolo a molla.
Carlotta imbarazzata da quella esuberanza di cui capiva benissimo l’origine, mise bruscamente via il fazzoletto.
“Credo che così possa bastare. Prova tu ora”
Rik non nascose la delusione. Il pene era dritto e madido della sostanza spalmata dalla madre. Lo prese delicatamente, vi poggiò sopra il palmo e come prima lo mosse verso il basso. Era vero non gli faceva più male ma il disagio cresceva. In breve il pene, lentamente ma inesorabilmente si rilassò, sgonfiandosi come un palloncino bucato.
 “Scusa amore ma perché non lo impugni tutto con la mano” tentò, incitandolo disperatamente Carlotta.
Il figlio la fissò ad occhi sgranati. I suoi amici effettivamente per mimare la masturbazione facevano lo stesso gesto che ora stava mimando la madre, con il pugno chiuso.
“E tu come lo sai che si fa così?” le intimò, come fosse un’accusa.
Carlotta si impose di restare calma: Naturale, naturale. E’ una cosa naturale, continuava a ripetersi per auto convincersi
“Tesoro, quando ero giovane, sai quando eravamo ancora fidanzati con tuo padre, ecco le facevamo queste cose”
“Vuoi dire che lo facevi tu a lui?
Maledetta sincerità. Carlotta deglutì e tentò di mantenere un tono neutrale “Solo una o due volte, credo di averlo fatto” mentì “e solo perché era lui a chiederlo”.
Le venne da ridere al pensiero di tutte le volte e di tutti i ragazzi a cui aveva dovuto farlo, da giovane. Era diventata anche piuttosto brava, almeno così le dicevano i fortunati. La prima volta che aveva provato con qualcosa di più serio, era rimasta incinta.
“D’altronde non è che facessimo altro prima di sposarci” si sbrigò ad aggiungere per alleviare quella verità.
Ma la verità, ai sensi inesperti del figlio suonò del tutto diversa. Quella verità del tutto nuova e inaspettata gli rivelava in modo definitivo che anche la madre faceva sesso, e che sesso! Proprio lo stesso che lui avrebbe dovuto farsi da solo.
Lo aveva fatto a suo padre. Ok, era lui a volere che lei glielo facesse, ma la mamma, beh alla fine lo accontentava e glielo faceva sul serio.
Fissò sua madre in un modo così ingenuamente osceno e insistente che Carlotta ebbe la certezza più che il timore, che la prossima domanda sarebbe stata molto, ma molto più incresciosa e che anzi, forse non sarebbe stata nemmeno una domanda ma una indecente richiesta.
Non sembrava per nulla scandalizzato però. Anzi si sarebbe detto che l’idea che sua madre masturbasse il fidanzato, cioè il padre di rik, lo eccitasse oltremisura. Come a confermarlo, il pene che era declinato a mezz’asta riprese nuovo vigore.
Mamma lo toccava a papà, pensava Rik. Glielo stringeva. Chissà forse gli faceva perfino quel su e giù cui alludevano i suoi compagni e che lei sembrava conoscere bene.
Si schiarì la gola, cercando il modo di chiedere quello che sapeva non avrebbe mai dovuto chiedere a una madre. Per un attimo sembrò sul punto di rinunciare ma poi la domanda tanto rinviata alla fine arrivò e colpì Carlotta con la violenza di una pugnalata nelle costole:
“Mamma, lo faresti anche a me?”
Il tono era affettatamente indifferente ma Rik tremava vistosamente. Quanto doveva aver penato prima di rivogerle quella richiesta orribile “Solo come lo facevi a papà” aggiunse come se potesse alleviare la gravità di quanto aveva appena detto e di cui evidentemente si rendeva conto benissimo.
Carlotta lo strinse a sé. Lo avrebbe ferito ora ma non poteva e non doveva rispondere diversamente.
“Amore, la mamma ti vuole tantissimo bene, più della sua stessa vita ma..” indugiò un attimo “…non possiamo farlo tra di noi. Tu non sei papà. Sei mio figlio, capisci da solo che non posso fare queste cose anche a te”
Lo sentì irrigidirsi tra le sue braccia con un broncio simile a quello che le metteva da piccolo quando gli rifiutava un giocattolo o una caramella.
“Tesoro, lo capisci, vero?”
Rik annuì vistosamente ma sembrava sul punto di mettersi a piangere “Sì, certo mamma”
Era quando faceva così che diventava ancora più ingestibile. Diceva si ma era come se dicesse no ed è colpa tua.
“Ti dispiace?”
“No…mamma non fa niente…anzi forse è meglio” soffocò un singhiozzo “Il fatto è…è che so che a me non lo puoi fare e adesso…adesso mi vergogno tantissimo…mi dispiace, scusa mamma”
“Non fa niente amore, non preoccuparti”
Uno strano senso di amore e riconoscenza la invase. Il suo ragazzo così assennato. Ubbidiente e responsabile: Mamma tu non mi vuoi dare una cosa che io desidero immensamente e che mi darebbe tanta gioia, ma non fa niente. Ti voglio bene lo stesso.
La sua mano corse giù, verso il pericolo, più veloce della la ragione che avrebbe dovuto fermarla
“Magari…posso provare solo per un pochino. Giusto per farti vedere come si fa. Che ne dici, ti va?”
“Ccc…certo mamma, se lo vuoi”
“Solo per un pochino però, dopo promettimi che continui da solo, eh?”
“Sì mamma te lo prometto, te lo…OH!”
“Ssssh, stai calmo, amore, calmo, sei così rigido…lascia che lo impugni bene, ecco così. Ti fa male se lo stringo?”
“No, mamma è belliss…AAH!”
“Oh, tesoro non fare così, mi spaventi…ti piace così tanto? Cerco di fartelo piano allora…lentamente…rilassati…faccio tutto io, non preoccuparti. Senti come scivola bene? Su…e giù, su…e giù”

Lentamente Rik si lasciò andare a quella sensazione meravigliosa. La dita della mamma gli stringevano il pene fortissimo come se volesse strozzarlo ma anziché fargli male quella stretta serrata gli piaceva in modo pazzesco.
 “Lo hai durissimo tesoro! Dico davvero, sembra di granito. Visto che non c’era da preoccuparsi? Lascia fare a me ora, vedrai che ti piacerà tantissimo quello che sto per farti”
La mano che gli stringeva il pene si mosse ancora. Dapprima lentamente, poi più sicura, scivolò verso il basso. Passò la sagoma gonfia del glande e corse lungo il tronco viscido e duro. Si fermò un istante alla base, come per rilassarsi, poi lo strinse di nuovo e risalì verso l’alto, fino in cima.
In breve quel movimento straziante divenne regolare e perfettamente cadenzato: Su e giù, su e giù, su e giù, crescendo sempre più in intensità e velocità.
Rik era sconvolto. Mai in vita sua aveva provato nulla di simile. Era un cosa pazzesca, incredibile, un piacere di una violenza inaudita e che incredibile a dirsi, divenne ancora più forte quando la madre aumentò improvvisamente il ritmo.
Si sentì travolgere. Il piacere giunse ad un livello insostenibile e non gli bastava sapere che era la sua stessa madre la fonte di quel piacere, per sminuirlo.
In cuor suo avrebbe voluto fermarla, adesso. Il cielo sa se lo avrebbe voluto. Lo desiderava con tutte le sue forze, ma non gli riusciva di farlo in alcun modo. Se ne restava lì abbandonato a farsi masturbare da sua madre, vittima di un delitto troppo grande per lui.
Un’ombra oscurò il viso ansioso di Carlotta: “Cosa c’è amore, non lo faccio bene? non ti piace più?”
“Nnno…è…è fantastico, mamma, lo fai benissimo!“
Ma Carlotta lo capì lo stesso, come solo una madre può fare. E lo capì perché era la stessa, identica sensazione di ripugnanza che stava consumando anche lei.
Questa cosa non somigliava per nulla a quella che praticava con enorme successo ai suoi fidanzatini del liceo. Quel pezzo di muscolo duro e viscido che ora stringeva rabbiosamente nel pugno le procurava solo un disgusto intollerabile. Quello non era un cazzo qualsiasi, era il cazzo di suo figlio, del suo ragazzo, carne della sua carne.
Vide con orrore una goccia di liquido fuoriuscire dalla fessura sul glande e rotolare giù fino a bagnarle la mano. No, quello non avrebbe proprio potuto sopportarlo.
Il disgusto le crebbe insopportabile dentro. Quando sentì il primo conato di vomito affacciarsi alla gola, lasciò andare precipitosamente il cazzo del figlio, che rimbalzò eretto nell’aria come un giocattolo a molla.
Una smorfia di panico si dipinse sul volto di Rik. Si gettò a rincorrere la mano della madre come un palombaro a cui avessero tolto la maschera dell’ossigeno. La afferrò e se la riavvolse intorno al pene tenendovela stretta contro.
“Non smettere mamma ti prego! Non smettere, non smettere!”
Carlotta fu quasi obbligata a ricominciare. Strinse il pene duro e scivoloso del figlio e riprese a masturbarlo, muovendo rapidamente la mano su e giù.
Rik gemeva mentre lei lo faceva, ma la madre sentì la nausea, ormai incontrollabile crescergli dentro, incontenibile.
Gli mancava poco, questo era chiaro. Il figlio si lamentava, guardandosi incredulo e terrorizzato il pene fradicio che scivolava velocemente nel pugno stretto della madre.
“Ancora un po’, mamma…solo un pochino…AHH..”
“Non venire Rik ti prego…va bene, te lo faccio solo ancora..solo per un pochino però..tu cerca di resistere, non voglio che vieni adesso, mentre sono io a farlo!”
“Non ce la faccio mammaaaaaa…continua…ti prego cont…AAHH”
“NO Rik, NO!”
Era troppo tardi. Carlotta sentì distintamente lo schizzo guizzare attraverso la carne dura che stringeva e soffocando la nausea e cacciando via la ragione, finalmente si arrese:
Impresse di colpo alla masturbazione un ritmo frenetico, agitando convulsamente la mano avanti e indietro. Rik sconvolto la incitava:
“Più forte Mamma, più forte! ...siiii…cosiii… Dai Mamma , dai! insisti…più forte, più forteeeee…AHHH eccolo mamma…dai dai più forteeeee…ecc…Aaaah”

Ebbe appena il tempo di distogliere lo sguardo, prima che accadesse. Sentì l’odore caratteristico della sperma sferzare l’aria, subito seguito dal suono degli schizzi che cadevano tutto intorno a fontanella. Qualcosa di caldo e bagnato la colpì sul petto. Lo sentì colare, caldo e appiccicoso tra le mammelle, fino a inzuppargli il reggiseno.
Soffocò un conato di vomito e proseguì indefessa a masturbare con disperata violenza il figlio. Continuò a lungo anche dopo che gli ultimi, disperati lamenti di Rik si erano spenti da tempo e il pene che agitava forsennatamente nella mano, iniziava a perdere consistenza.
Rik la toccò timoroso su una spalla: “Mamma? Io ho…ho finito…”
Lasciò andare il pene, che ricadde inerte su un lato. Quando si guardò la mano, la vide intrisa dello sperma del figlio. Brucianti lacrime le colmarono gli occhi.
 “Vatti a lavare, Rik”
“Mamma, io…”
Non voleva piangere davanti a Rik ma le lacrime sgorgavano da sole, rigandole il viso di una colpa disperata .
“Va tutto bene amore, non preoccuparti”
Si girò asciugandosi gli occhi per non farsi vedere. Rik alle sue spalle esitava ancora.
“Mamma…questa cosa…non succederà più, vero? Non…non me lo farai mai più”
“Rik…no…Tu cosa vorresti?”
Aspettò tesa la risposta. Rik era spaventatissimo, lo percepiva chiaramente.
“No…neanche io. Mi sento così male ora…è stato…incredibile! Non avevo mai provato una cosa simile ma…ho tanta paura adesso”
Lo strinse a sè d’impeto, affondandosi il suo volto spaurito nel caldo del collo, in un abbraccio calorosamente materno. Poco più giù la camicia disgustosamente bagnata che le aderì al seno, le ricordò dolorosamente quello che era appena successo. Dovette ingoiare i conati che le salivano i gola.
“Non devi aver paura, amore, sono stata io a volerlo. Tu eri solo troppo teso e non hai saputo trattenerti. La prossima volta lo farai da solo e andrà tutto bene, vedrai”
Lo carezzò sulla nuca. Sembrava un pulcino bagnato. Gli prese il viso tra le mani e lo fissò negli occhi:
“Un'ultima cosa Rik, ascoltami bene: Questa cosa è meglio che non si sappia, ok?" sorrise e gli strizzò l'occhio "Resterà un nostro piccolo segreto, va bene?”
Il figlio annuì sollevato:"Non lo dirò mai a nessuno, mamma".
"Bene"
Sembrava essersi calmato ora.
Rimasero in silenzio stretti a lungo. Quando sentì che il respiro di Rik tornava a normalizzarsi lo lasciò andare
“Vai a lavarti adesso, su”
Appena fu sola, prese lo straccio e pulì le macchie bagnate sul pavimento. Quelle sul divano non sarebbero andate via facilmente. Sentì del bagnato addosso e si scoprì altre chiazze umide sulla maglietta e sulla gonna.
Si tolse via tutto con rabbia fino a rimanere in reggiseno e mutandine.
Solo allora si lasciò andare sul divano, si prese il viso tra le mani e pianse.