Intro
Ecco la star. Un giorno, girovagando in rete, ho trovato, o meglio ritrovato, questo qui.
L’avevo scritto io solo qualche mese prima ed ecco che lo ritrovavo copia/incollato pari pari in un altro blog, errori di battitura iniziali compresi.
Ci sono rimasto così male che per un bel po’ ho smesso di scrivere.
La cosa più snervante era che l’originale aveva ricevuto un’accoglienza piuttosto fredda, mentre lì compariva addirittura tra le prime scelte semplicemente googlando.
La Crema
Matteo si piegò su se stesso, soffocando un gemito. Una fitta di dolore gli lancinò il cervello come una lama d’acciao.
Tornò a guardarsi il pene eretto che sporgeva dal ventre. Dalla punta fino a metà era di un colore rosso acceso. Rinunciò subito all’idea di toccarsi ancora.
Chiuse il rubinetto senza aver ancora toccato l’acqua ed uscì dal bagno.
< fa ancora male? > lo apostrofò la madre osservandolo incedere claudicante.
< un po’…anzi sì, decisamente. E’ molto arrossato >
< ti sei lavato bene? >
Matteo arricciò il naso in una smorfia di disgusto < lo sai che non ci riesco. Mi fa troppo male >
Giuditta Merkel, quarant’anni ben portati e uno sbarazzino ciuffo biondo sulla fronte gettò con impazienza lo straccio con cui stava lucidando l’ennesima posata < avanti calati le braghe e fammi vedere >
< ti prego mamma, ho diciotto anni, mi vergogno! > si lamentò Matteo con la voce ridotta ad un sospiro
< non fare lo scemo, sono tua madre. Avanti spogliati >
Il ragazzo a malincuore rientrò in bagno. Si slacciò nuovamente i pantaloni e li abbassò alle ginocchia. Con un dito abbassò i boxer, e facendo attenzione a non toccarlo espose il pene bene in vista.
Era mattina presto ma l’aria già risuonava dei rumori tipici del risveglio di un giorno feriale. Lo scalpiccio sulle scale della signora del piano di sopra accerchiata dalla sua torma di marmocchi vocianti, l’odore di caffè e cornetti caldi che saliva dal bar sottostante.
Lo sferragliare sulle rotaie del 736 ricordò a Giuditta che era già abbastanza tardi. Avrebbe dovuto fare in fretta.
Inforcò gli occhiali che le penzolavano dal collo e reggendosi al lavabo si inginocchiò davanti al piccolo membro che penzolava inerte su un lato.
Il vano era molto angusto, lo spazio bastava appena per due persone in piedi. Giuditta, con lo spigolo del bidet in una costola, dovette necessariamente avvicinarsi molto al pene del ragazzo.
Una zaffata di orina e umori corporali la investì in pieno. Ma quando avrebbe imparato a curare di più la propria igiene personale? Scosse il capo con disapprovazione e tentò di sollevarlo delicatamente con il dorso della mano.
Era decisamente molto infiammato. La pelle che lo ricopriva era tesa e lucida, di un colore che dal rosso stava degenerando in viola.
Ignorando le proteste del figlio, lo fece sedere sul bidet ed aprì il rubinetto. Una cascata di acqua si riversò sul pene in mille bollicine azzurro pallido.
< Lo sai che dobbiamo pulirlo anche sotto la pelle, no? >
< No! lì no, non ce la faccio. Mi fa un male atroce>
< userò l’ovatta e lo farò piano, ok? >
Matteo strinse i denti quando la madre scoperchiò con cura il glande dalla pelle che lo ricopriva. Poco dopo sentì il sapone liquido bagnarlo subito seguito dall’ovatta che la madre trascinava sul glande in fiamme.
Lo pulì con cura e al termine lo cosparse interamente di una crema biancastra, estremamente densa. Quindi lo ricoprì tirando la pelle fin sulla punta.
< è cortisone > aggiunse < quindi dovrebbe agire abbastanza in fretta. Già stasera dovresti stare meglio >
Giuditta era infermiera professionale e per le cose di questo tipo, preferiva sbrigarsela da sé. D’altronde era sola. Il padre di Matteo l’aveva lasciata quando lui era piccolo ed era abituata a fargli anche da padre.
Sbrigò in fretta le ultime faccende, accompagnò Matteo alla fermata della metro e si perse nella nebbia mattutina mischiandosi alle altre migliaia di insetti che popolavano quel termitaio chiamato Milano.
Rimase indeciso per un po’, rimirandosi il pene già parzialmente eretto. Il rossore era quasi scomparso. Ne rimaneva solo un piccolo strascico attanagliato in un cerchietto sulla punta.
Matteo valutò rapidamente se arrischiarsi in una veloce masturbazione. Era da quattro giorni che non lo faceva, un piccolo record per lui.
Il rumore della chiave nella toppa lo sollevò subito da tale impervia decisione.
Si stava ancora abbottonando i calzoni che il già il volto, arrossato del freddo, di sua madre fece capolino
< come va ? aspetta non rivestirti, mi spoglio e vengo a dare un’occhiata >
Quando tornò aveva indosso la solita corta gonna nera che usava in casa. Sua madre si cambiava completamente quando tornava. Per non portarsi appresso il puzzo e lo sporco di fuori, diceva.
Si stava ancora abbottonando la blusa, dai lembi spuntava fuori un reggiseno a tinte floreali, abbastanza trasparente da lasciar vedere chiaramente le due piccole aureole dei seni.
Si inginocchiò nella stessa posizione del mattino, inforcò gli occhiali e scrutò da vicino il pene. Era visibilmente migliorato, ma andava ripulito dagli ultimi rimasugli della crema del mattino, lavato bene e cosparso nuovamente di crema.
Aprì il rubinetto e come il getto d’acqua ebbe raggiunto la giusta temperatura vi bagnò il pene. Matteo la lasciava fare leggermente imbarazzato. Si vergognava a farsi vedere nudo da sua madre ma ancor di più si vergognava a dipendere da lei per queste cose. D’altronde da solo non avrebbe mai trovato il coraggio di lavarsi ed ungersi in quel modo. Anche quando si masturbava, infatti, Matteo non scopriva mai completamente il pene. Lo menava da sopra la pelle, lasciando che questa seguisse il suo ritmo, diradandosi solo un po’ in punta quando la mano andava giù.
Sentì le dita della madre toccarlo delicatamente. Gli teneva il glande tra pollice e indice mentre con l’altra mano lasciava scorrere giù la pelle, fino a scoprirlo del tutto.
Come al mattino lo lavò delicatamente, pulendo bene la zona intorno all’orifizio urinale e proseguendo poi sul resto dell’asta.
E poi successe.
Che Matteo non fosse più nelle condizioni del mattino, la madre se ne era accorta subito. Insieme all’infiammazione se ne era andata anche la precedente quieta morbidezza inerte. Già da prima che lo toccasse il pene era decisamente più turgido, poi con stupore crescente Giuditta l’aveva sentito lievitare nella propria mano, fino a che aveva assunto l’aspetto di una vera e propria erezione.
L’aveva guardato sbigottita, con il pene gonfio che pulsava nel palmo come animato da vita propria.
Matteo aveva subito distolto lo sguardo, e una violenta vampata era salita ad imporporargli il viso.
Passato il primo momento di sorpresa, Giuditta pensò fosse meglio non aumentare il già pesante imbarazzo e continuare come se non fosse successo niente. L’aveva asciugato con attenzione, l’aveva fatto sedere verso di lei ed aveva iniziato a spalmargli delicatamente la crema sul pene.
Matteo la lasciava fare, non protestava neanche più quando gli toccava il glande nudo, ma l’erezione non accennava minimamente a placarsi, anzi il membro sembrò farsi ancora più duro.
Per non tormentarlo inutilmente con manipolazioni troppo spinte, prese a stendere la crema con il polpastrello del solo dito indice, nel modo più lieve che le riuscì. Ma anche così lo sentiva indurirsi e sobbalzare ogni volta che passava il dito sul filetto sotto il glande.
Ascoltando il respiro corto e affannato del figlio, all’improvviso Giuditta capì:
suo figlio stava godendo.
E la causa di quel piacere inaspettato era lei o meglio quel che lei gli stava facendo con le mani.
Come a dar conferme ai suoi pensieri, una goccia di liquido gelatinoso comparve sulla punta del pene brillando come una goccia di rugiada.
Carezzò il pene con il palmo intero. Lasciò scivolare il pollice nell’altro verso, finchè non si congiunse con l’indice. Matteo sospirò un lamento soffocato.
Un pensiero gli soffiò come un alito di vento attraverso il cervello. Prima che potesse ripensarci serrò il pugno della mano e strinse con tutta la forza che aveva in corpo.
Matteo lanciò un gemito, ma rimase fermo, aggrappandosi con forza ai bordi del bidet. Giuditta fece scendere la mano verso il basso con un movimento esasperatamente lento. Sentì che il figlio la assecondava, protendendo il ventre verso di lei.
Risalì e riscese. Attese.
Alzò lo sguardo verso il figlio, come a cercarne il consenso. Matteo si stava guardando, affascinato e incredulo, il proprio pene, stretto nella mano della madre.
Reggendosi al bidet Matteo, dette una spinta. Si tirò indietro e spinse di nuovo. La madre serrò il pugno e gli scese incontro.
Ben presto il movimento divenne frenetico. Matteo ansimava e muoveva il ventre in modo troppo scoordinato perché la madre potesse seguirlo. Giuditta perse ben presto il ritmo. Stava ancora cercando di sincronizzare il polso quando all’improvviso Matteo eiaculò, colpendola sul viso.
Si ritrasse d’istinto mentre un secondo violento schizzo di sperma saettava nell’aria. Giuditta lo sentì bagnarle i capelli e colarle, caldo e vischioso, sulla fronte.
Mentre con la mano cercava di mantenere un certo ritmo, con l’altra cercava affannosamente un asciugamano con cui pulirsi.
Con la coda dell’occhio vide altri schizzi zampillare disordinatamente nell’aria attorno a sé. Dovette reprimere un conato di vomito, quando avvertì il sapore disgustoso dello sperma insinuarsi nella bocca.
Quando finì calò una pesante coltre di silenzio. Giuditta lasciò andare il membro, ancora gocciolante e si pulì il viso dalle tracce di sperma che Matteo le aveva rigurgitato addosso. Si alzò malferma sulle gambe. Altre chiazze lordavano il pavimento e il lavabo.
Matteo si stava ricomponendo. Aveva l’aria affranta di un pulcino bagnato
< Cosa abbiamo combinato mamma ? > mormorò impaurito con la voce improvvisamente tornata infantile.
Giuditta si fermò sulla soglia. Increspò le labbra in un sorriso affettatamente innocente
< Cosa? abbiamo messo la crema naturalmente, che altro? >
Postfazione
Visto che me lo hanno fatto notare più volte, anche con venata ironia, chiarisco un fatto:
Scrivere racconti di questo tipo mi creava e in gran parte mi crea ancora, grossi problemi psicologici. Per dissimulare la cosa mi era sembrato più accettabile, mentre scrivevo utilizzare l’alias “moglie” in luogo di “madre”, ripremettendomi di rettificarlo successivamente, al momento di pubblicarlo.
Dimenticai poi di farlo, e il racconto uscì così, refusi inclusi e allo stesso modo fu ripubblicato dal mio amichetto copione.
Questa e null’altro è l’origine del “lapsus”.
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