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sabato 25 agosto 2012

Letto 26

Intro:
Erotico è erotico, cioè perlomeno un pò di cosacce zozze ci stanno. E' solo che bisogna aspettare un pochettino. Il consiglio (ma poi fate come cazzo vi pare, of course) è che, come ogni altro racconto la cosa migliore è ciucciarselo dall'inizio per "entrarci dentro".
Have a good enjoy.


LETTO 26

Non è la puzza di disinfettante, neanche il cupo lamento di sottofondo che si percepisce così distintamente e neanche questo letto scomodo. Quello che mi dà più fastidio di questo posto è la totale, assoluta mancanza di intimità. Sei sempre, costantemente esposto al mondo e allo sguardo degli altri, che lo fanno, oh certo che lo fanno.
Da dove sono vedo la porta e al di là di questa il corridoio, dove il neon che rimbalza sul linoleum verde scuro del pavimento picchia sulle pareti una pioggia di fotoni verdi, facendolo sembrare una specie di tunnel subacqueo. Questo morbido tappetino di plastica verde è incessantemente percorso da una moltitudine di umanità. Infermieri e paramedici per lo più, qualche paziente più fortunato, di quelli che possono muoversi. Più raramente un medico e nell’ora stabilita da una valanga chiassosa di parenti e amici in visita.
Beh volete saperlo? Dal primo all’ultimo tutti, indistintamente quando passano qua davanti volgono il viso e vi stampano addosso il loro sguardo ebete. Perché non è che vi stiano guardando veramente, è solo un riflesso condizionato, automatico.
Prendiamo Claudia ad esempio, è qui da più di tre anni e con la sua camiciola da paramedico (verde naturalmente) deve aver percorso questo corridoio almeno, diciamo, quaranta volte al giorno che moltiplicato per, diciamo, che so, trecento giorni l’anno per tre anni e stimando la lunghezza di questo cazzo di corridoio in, diciamo, cinquanta metri, fa la bellezza di, vediamo un po’, mille e … sì di mille e ottocento Chilometri. Milleeottocento chilometri! La distanza da qui a Vladivostok.
E per tutti i milleottocento chilometri, per tutte le quaranta volte che moltiplicate per trecento moltiplicato per tre fanno trentaseimila, diconsi trentaseimila volte, lei ha invariabilmente girato la testa e piantato i suoi bellissimi occhi azzurri su questa stanza e su questo letto ogni volta che c’è passata davanti.
Stavolta però imbocca. Oh, oh sta proprio venendo qui. Si ferma accanto al mio letto e mi strizza l’occhio assassino con una mossa complice, preludio di chissà quale intimità, poi senza tante storie mi alza questa specie di camicia da notte che sono costretto a portare e mette a nudo la parte più nascosta di me. Non bada o fa finta di non badare al pene che al momento giace riverso su un fianco, ignaro di quella mano femminile che lavora a pochi centimetri da lui e apre la garza che mi fascia l’inguine. Disinfetta con cura la ferita, cambia la garza e ricopre tutto prima che accada l’irreparabile. Non che abbia questa gran fantasia, il taglio del bisturi mi fa ancora un po’ male e l’ambiente non aiuta molto, ma è già una settimana che sto a stecchetto e a ventidue anni, credete, basta molto, molto poco.
Ma Claudia non lo fa, come al solito del resto. E’ rapidissima ed efficiente. Molto, molto professionale.
A volte mi piacerebbe che lo fosse un po’ di meno e ci giocasse un po’ con il pistolotto lì sotto. Niente di che, basterebbe che lo sfiorasse distrattamente con il dorso della mano, una carezza fugace come un soffio di vento. Non è molto vero Claudia?
Mi sorride ancora mentre sistema la flebo che penzola impiccata dietro la mia testa. Riesco a scambiarci qualche parola. E’ simpatica Claudia, veramente. E’ un bel pregio in un posto dove tu sei la causa del suo lavoro, l’oggetto rotto da riparare e che in più spesso e volentieri rompe le palle in modo indicibile. Tipo il mio compagno di stanza. Il sor Alvaro qui accanto ha ottantasei anni, una prostata malmessa e una gran voglia di rompere le palle al prossimo. Non a me, che del resto non lo filo più di tanto, ma a tutto il personale dell’ospedale. Li chiama almeno quindici volte al giorno che moltiplicato per.. vabbè lasciamo perdere. Il fatto è che qui le palle me le rompo tremendamente anch’io e così a differenza del sor Alvaro che gradisce rompersele in compagnia, io mi gingillo a fare questi calcoli contorti e perfettamente inutili.
La fede dorata di Claudia brilla mentre tira il collo a una nuova flebo e seppellisce la vecchia nel cesto dei rifiuti. Buon lavoro vecchia mia, sotto un’altra.
Peccato per quella rondella sull’anulare, perché Claudia mi piace proprio. Non tanto fisicamente, anche se carina è carina ma proprio per il piglio sbarazzino e vivace che ha sempre addosso. Come se non fosse mai veramente cresciuta dentro e vivesse ancora nel mondo fatato dell’infanzia, perché quando te ne accorgi il mondo non è un posto perfetto dove stare, ma finchè non lo sai te la cavi e riesci anche a pigliarlo per il culo ostinandoti a credere alle favole.
Un altra orfana del vecchio Peter. Come me.

Sento un familiare trambusto appressarsi dal fondo del corridoio. Oramai le cose le identifico a rumori. Lo scalpiccio solitario dell’infermiere, i carrello dei pasti, quello delle medicazioni e questo, quello delle visite. E inconfondibile perché anche se sono in molti si sente una sola voce echeggiare con un timbro invariabilmente basso e fermo.
Claudia controlla con un ultimo sguardo che sia tutto a posto e uscendo incrocia con il drappello che marcia compatto nell’altra direzione.
Eccolo là il primario, alto e pelato, anzianotto ovviamente circondato da un codazzo di tirapiedi che si prostrano letteralmente ai suoi piedi. La prego cammini su di me, no! lo faccia su di me, e io allora? direbbe la dottoressa biondina e bassa che gli scodinzola accanto, io, direbbe potrei fare ben di più con questa boccuccia a forma di cuore che mi ritrovo, tipo alleviare le sue pene, ad esempio. Potrei ben farlo, anzi forse l’ho già fatto, visto che è proprio a lei che il Dio chiede la cartella dell’oggetto rotto che ha in questo momento davanti, cioè me.
Non mi guarda, ovviamente, mai. Parla di me, ma non mi guarda, e non fa neanche finta di rivolgersi a me. Legge la cartella con la sua aria grave e corrucciata e poi prende a illustrare il suo verbo, esattamente come se fosse ancora assiso sul trono della cattedra universitaria che indubbiamente presiede. Chiaro che non capisco un’acca di quello che dice e del resto non lo sta dicendo a me, anche se non guarda nessuno in particolare è chiaro che si rivolge ai suoi adoratori che infatti lo ammirano da almeno tre metri più in basso.
E tu cara dottoressa biondina, trentacinquenne, giusto? con questi occhietti cerulei, non me la conti giusta. Sai di avere una marcia in più rispetto ai tuoi colleghi maschi e giustamente la sfrutti. Altro che parità dei sessi. Se il primario fosse frocio allora si che sarebbe parità, perché il culo un uomo lo dà sempre malvolentieri, mentre tu cara biondina gliela daresti anche gratis perché si vede che lo subisci, lo ammiri, perché lui è Dio e tu non sei un cazzo. Però forse con il suo spirito santo potrebbe introdurre qualcosa anche dentro di te ed accenderti, chissà, e tu ne saresti certamente onorata perché quest’uomo ti piace sul serio. Non importa se ha quasi sessant’anni, la dentiera e delle rughe profonde come i cayon del colorado. Il potere che emana intorno a secchiate manda in tilt il tuo sistema ormonale, vero?
Gli fai un gran sorriso ora con quei denti bianchissimi e perfettamente allineati mentre lui si volta per passare al prossimo oggetto rotto. Aggiustasse automobili avrebbe più rispetto questo stronzo, perché un meccanico le cura davvero le sue pazienti. Ci parla e ci traffica sopra, finchè non l’ha guarita, Non fa nessuna conferenza a nessuno, perché non c’è nessuno ad ascoltarlo nel buio al neon della sua officina mentre infila le mani nere di grasso negli imperscrutabili meandri della tua automobile, nessuna biondina che abbia la grazia di ciucciarglielo un po’ alla fine.
Se questo pezzo di merda qui davanti avesse indosso una logora tuta blu e il viso unto d’olio motore non ti farebbe agitare nessuna molecola, cara biondina. Ma indossa un gran camice bianco e la targhetta che sfoggia appuntata sul petto recita “professore” e quindi tu glielo succhierai, cara biondina a dispetto della fede che porti al dito e dei due marmocchi che ti aspettano a casa, perché tuo marito è solo un fallito avvocato di cassazione e invece questo sprezzante pelato qua davanti è un gran cazzo di professorone a cui tutti fanno inchini e baciamano.
Sto per mettermi a vomitare ma il luminare pelato ha il buon gusto di levarsi di torno prima che lo faccia sul serio. Il sor Alvaro abbozza una protesta, vorrebbe sapere quando potrà essere dimesso, il che provoca una grande agitazione tra gli sgherri: che fai ti rivolgi così al nostro faraone, Dio sceso in terra? Ma niente paura perché lui il faraone se sta già andando,è magnanimo dopotutto e fa finta di non aver sentito. Gli sgherri gli spiaccicano là qualche brusca spiegazione ed è  incredibile come cambino atteggiamento con tanta rapidità. La remissione è diventata improvvisamente arroganza al cospetto di questo misero mucchietto d’ossa consunte che è il sor Alvaro: saranno degli ottimi primari.

Il giorno dopo la stessa cerimonia si ripete, alla stessa ora, con le stesse modalità. Nemmeno in carcere hanno gli orari così perfettamente scanditi. Ma sorpresa sorpresa Dio in terra oggi non è sceso. E’ rimasto tra le nuvolette dell’olimpo a gozzovigliare con gli altri dei suoi pari in una tal conferenza. Però manca anche la biondina, e anche un infimo decerebrato subumano qual io sono riesce a capire dove saranno lei e la sua rossa boccuccia carnosa stasera, al termine del simposio. Caro maritino letto vuoto stasera, cari marmocchi il bacio della buonanotte stasera la mamma lo dirotta su un altro soggetto. Quasi mi sembra di vederla, in quella suite extra lusso, prona tra le gambe del suo capo nell’atto di aprire le labbra e prendere finalmente in bocca quel cazzo molliccio che puzza di vecchio. Chissà se lo troverà ugualmente affascinante anche ora, mentre il vecchio le scarica nell’esofago gli ultimi immondi rantoli di gioventù perduta.
Quello che c’è oggi al suo posto deve essere infinitamente meno importante, almeno a giudicare dal codazzo ridotto che si porta appresso. Nessun altro dottorino, solo infermiere intorno a lui.
Ha i modi rudi e sbrigativi ma ti guarda in faccia quando ti parla, altro chiaro indizio che è uno che non conta un cazzo e non farà mai carriera. Vuole addirittura vedere il taglio sull’inguine, lui!
Ed ecco materializzarsi alle sue spalle la fatina delle favole. E’ lei non mi sbaglio, anche se è castana e non bionda, anche se ha il camice bianco delle tirocinanti al posto del corredo da fata. E’ di una bellezza sconvolgente ed è anche maledettamente giovane, cosa avrà sedici o diciassette anni? No per essere qui almeno diciotto, probabilmente anche venti, ma è carina da morire, mi sento sciogliere quando il medico le dice di scoprirmi. Lei lo fa con le sue manine tremanti, alza la camiciona ed eccomi qua olè, e so anche cosa sta per succedere se lei non si allontana subito.
Il sadico che ha per capo le dice di allontanare il membro. La vedo spalancare quegli occhioni da cerbiatto, in cerca di conforto, sulle sue colleghe più anziane. La rassicurano, e lei oh si prostra e con tocco lieve come una farfalla mi prende delicatamente il cazzo tra il pollice e l’indice.
Sarebbe già bastato solo che lo guardasse, ma ora che lo tiene stretto tra le due dita, quello impazzisce e non è che cresca, semplicemente come tutto i cazzi di questo mondo nelle mani di una bella ragazza, quello esplode proprio. L’erezione è così improvvisa e repentina da fargli emettere un ingenuo “oh!! di sorpresa. Il mostro bastardo che si trova tra le mani ormai non ha più nessuna parentela con l’animaletto docile che se ne stava rannicchiato poco fa. Questo si erge presuntuoso e prepotente, del tutto fuori controllo, irridente anche ai miei puerili tentativi di ricondurlo alla ragione. Ragiona da sé, in maniera del tutto autonoma e fissa spudoratamente la ragazza con quella sua testa di cazzo ghignante.
E’ accaduto tutto così velocemente che la poverina non sa che pesci pigliare, non osa mollarlo lì contravvenendo all’ordine, e il bastardo se ne approfitta facendosi lisciare tutto felice. Il colorito della ragazza che si era subitamente imporporato, ora è talmente rosso che non è più neanche rosso: è quasi viola piuttosto.
Claudia lì vicino si copre educatamente il viso per non scoppiare a ridere. Il dottore non è altrettanto divertito, anzi diciamo pure che è sull’incazzato andante. Ma stranamente non con me e neanche con il mio fratellino bastardo, piuttosto è incazzato con la ragazza, come se fosse colpa sua. Sbuffa, impreca, poi senza una parola gli indica la porta e fa mettere Claudia al suo posto. Non è che la cosa migliori, nonostante il piglio sempre così, oh! professionale!  di Claudia. Il bastardo ormai sragiona e vorrebbe intortare anche lei, ma Claudia è tosta anzi che no. Le schermaglie continuano per un po’ (no Claudia non tentare di piegarlo, vedi bene che torna su), ma alla fine si riesce a concludere e il dottore può finalmente liberarsi della sgradevole vista del mio cazzo dritto e continuando a smoccolare se ne va dal sor Alvaro trascinandosi dietro Claudia tutta ingobbita per lo sforzo di non mettersi a sghignazzare apertamente.
Però prima di uscire si volta e me la fa una gran risata, silenziosa, ma vale più di mille sghignazzi. Stavolta sono io a diventare rosso.

Sono diventato piuttosto famoso qui dentro. Certamente l’aneddoto entrerà negli annali del reparto e devono esserselo passato ben bene l’un l’altro. Ora chiunque entri qui, infermieri, portantini barellieri tutti mi guardano con quel sorrisetto stronzo stampato in faccia.
La ragazza del misfatto, che ho saputo chiamarsi Mira, non si fa più vedere qui, quando proprio non può evitarmi abbassa lo sguardo e scappa via. E’ una tirocinante ho scoperto, al primo anno di università. L’avrei dovuto capire dall’uniforme ma non ce ne sono due uguali qui. Ci sono gli infermieri specializzati, quelli professionali, i volontari, i tirocinanti ed altri che neanche capisco.
Però gli altri o meglio le altre mi guardano invece, sì. C’è questa specie di super maggiorata che avevo già notato prima per la generosa abbondanza del reggipetto, che mi gira intorno tutta giuliva.
Non è una ragazzina, nonostante faccia di tutto per sembrarlo. Non avrà meno di quarant’anni, probabilmente anche di più, ma di quelli splendidamente portati.
E’ estremamente gentile con me, anche con il sor Alvaro in verità, ma con me esagera proprio. Mi aiuta a tirarmi su, mi sistema il letto e mi rimbocca le coperte come una mamma.
E’ piacevole, se non fosse che ogni volta mi fa ciondolare davanti agli occhi tutto quel ben di Dio che le sporge davanti.
Oggi poi è fuori ogni controllo. Non ha la solita casacca informe dei paramedici, alta fino al collo, ma una specie di camice bianco che lei tiene disinvoltamente spalancato sul petto. Se ha qualcos’altro sotto, non si vede e le carni risaltano su quel biancore. Il reggiseno dovrà averlo per forza, non credo che tutta quella gran massa possa starsene su da sola, ma giuro che non si vede, e il solco profondo delle mammelle le scende fin quasi sullo stomaco. Ha anche sganciato due bottoni per permettere di seguirlo meglio.
Guardarle mi fa star male, perciò cerco di non farlo, ma è impossibile, è come se una invincibile forza magnetica calamitasse lo sguardo su di loro.
Normalmente non ci faccio molto caso, ma quando sono a digiuno da parecchio, come sono in questo momento, le tette sono la parte del corpo femminile che più mi fa andare ai matti.
Non può non essersi accorta che gliele sto guardando di brutto. Anche mentre mi parla, mi ritrovo a fissarle il seno e siccome tento disperatamente di non farlo, ogni volta che ci ricasco divento di un rosso incendio a trecento farenight. Paonazzo torno a guardarla in viso e un attimo dopo ecco che sono ancora lì in mezzo alle sue tette. E’ un balletto continuo, comico, che dura diversi lunghissimi minuti.
Ma lei niente, continua a ronzarmi intorno, premurosa e gentile, anzi ora che si inchina per tastare il sondino della flebo, lascia che le mammelle le penzolino liberamente in tutta la loro straripante opulenza, oscenamente esposte. Non sono solo straordinariamente lunghe e gonfie ma anche immuni da imperfezioni, lisce e bianche come il latte, senza alcuna traccia di rughe o asperità.
Mi accorgo che messa da parte ogni ipocrisia, le sto spudoratamente sbirciando la scollatura, lo sguardo fisso sul quel dondolio tremebondo.
Se ne rende conto anche lei, e sarebbe impossibile a quel punto non farlo, e con un gesto pudico quanto tardivo, accosta, i lembi del camice. Le candide mammelle scompaiono, ma lei non sembra affatto contrariata, anzi direi che quella smorfia che le fa increspare il viso è un sorriso compiaciuto e soddisfatto.
Contorta.
Va in giro con il camice sbottonato fino all’ombelico però poi si offende se uno gliele guarda.
Tento di occultare il mio gradimento, che da solo sta sollevando la coperta in basso in un bozzo puntuto e inequivocabile, e faccio per girarmi dall’altra parte quando la scatola grigia che penzola dietro la mia testa si mette inopportunamente a gridare i suoi bip-bip.
< scusa, ma devo tarare il clock-box > mormora con la sua vocina melliflua da donna-matura-bambina e allunga la braccia verso la scatola. Il fatto è che per farlo deve praticamente passarmi sopra. Avrebbe anche potuto aggirare il letto e lavorare comodamente sull’altro lato, invece di agitarmi il decolté davanti, come sta facendo in questo momento.
Lo faccio.
La azzanno giusto all’attaccatura, dove la piega rigonfia del seno si fa più invitante, e non la mollo. Stringo con le labbra ma anche con i denti, tanto che quando si ritrae bruscamente le lascio un lungo segno rosso vivo sulla carne.
Fa un saltino indietro fissandosi esterrefatta la macchia dei miei denti sul seno, come se non potesse essere vera e giustappunto così la trova Piero che sta entrando, fischiettando Johnny be good, con una siringa in una mano e l’alcol nell’altra.
Piero è l’infermiere più grosso dell’ospedale. Con due braccia che sembrano tronchi d’albero. Tra le sue manone callose la siringa che sta stringendo sembra una capello. Deve essere una specie di culturista o qualcosa del genere.
Si blocca al centro della stanza con la siringa a mezz’aria e gli occhi spalancati sullo spettacolino inconsueto che ha davanti. La tettona ha il camice strappato, evidentemente deve aver ceduto anche l’ultimo eroico bottone, e il seno le sciaborda gagliardamente fuori.
Per un attimo la situazione è davvero comica. Siamo tre generazioni di maschi nella stanza, perché anche il sor Alvaro si è destato dal suo letargo e ora sta aguzzando gli occhi, e tutti e tre fissiamo quello splendido esemplare di femmina marchiato a fuoco su una mammella.
E’ solo un attimo perché poi la tettona si mette a strillare. Sbatte i piedi per terra in piena crisi isterica, urla anche qualcosa che nessuno capisce e agita il dito tremante verso di me:
< Lui! Quel porco!>
Questo si è capito bene e lo ha capito anche Piero il culturista gigante, che ora avanza minaccioso con i suoi grotteschi centotrenta chili di muscoli che gli dilatano la casacca verde da paramedico professionale.
La tettona non la smette di strillare e si è già assembrato sulla porta un piccolo drappello di curiosi richiamati dal trambusto. Il mio massacratore è a meno di un metro da me, deciso a staccarmi la testa con un morso. Quando avrà finito non resterà più niente di me, lo so. Polverizzerà la mie molecole nell’arco di dieci chilometri cantando Johnny be good. Addio mamma, addio mia bella tettona, muoio per te.
Mi sto già abbastanza ridicolmente parando con cannule e flebo, nel vano tentativo di impietosirlo, quando vedo claudia staccarsi dal gruppo e trattenere il killer per un braccio. La sua manina è bizzarramente minuscola su quel bicipite titanico ma la voce è ferma e calma.
< No, Piero, non così. Chiamiamo la sicurezza, che se la vedano loro. Se lo tocchi tu finisci in un mare di guai, lo sai>
Il gigante serra la mascella volitiva, dilatata da anni di steroidi, e digrigna i minacciosamente i denti. Mi faccio piccolo piccolo. Mi viene quasi da nascondermi sotto le coperte come uno struzzo.
Ma in fondo è un gigante buono, si limita a ustionarmi con un’occhiata al vetriolo e si lascia portare via da Claudia che gli arriva giusto al gomito.

Non mi parla quasi più nessuno. Quando è obbligata a venire, la tettona si ferma a tre metri da me, lasciando che sia la collega di turno ad occuparsi di me. Tutta contrita e offesa gonfia il mastodontico petto sull’altro lato. A tutto vantaggio del sor Alvaro, che dal giorno del fattaccio sembra ringalluzzito e non la smette di attaccar bottone con la tettona, come non avesse più ottantasei anni, ma diciotto.
Ci rimurgino sopra anche adesso che è notte piena e gli ultimi rumori si sono spenti in un silenzio assoluto. Una testa fa capolino dalla porta. Non entra ma rimane lì a sporgersi di tanto in tanto, come se non si decidesse a entrare. So già chi è. Mi è bastato vedere la punta dei capelli gretti e dritti come se avesse infilato le dita nella 220.
Giovanna, finalmente mostra metà del suo faccione paffuto.
Giovanna Quattropinti ha ventisette anni, un diploma di infermiera e un corpaccione troppo tondo e tozzo per i suoi centocinquanta centimetri di altezza. Due nei da cui sporgono grossi peli scuri, sembrano messi lì apposta per tenere alla larga ogni essere maschile nei paraggi.
Sarà per l’espressione poco sveglia ma a me dà l’impressione di non avere tutte le rotelle al posto giusto. Però è gentile e fenomenalmente timida, anche. E’ da quando sono qui che mi sbircia di continuo, abbassando immancabilmente gli occhi quando incrociamo lo sguardo.
Ed ora eccomela qui alle due di notte, che mi guarda da vicino con aria sognante.
< ciao, Giovanna>
< ciao> mormora mascherandosi il viso con la mano < dormivi?>
<no, non riesco più a dormire molto>
< eh, lo so. E’ per via di quella brutta storia…>
<ma no. E’ che non ho sonno, ecco tutto>
Stende il paravento che ci separa dal sor Alvaro e si siede accanto a me. La guardo perplesso, ma non dico nulla.
< E’ stata cattiva Leni vero?>
<chi ? >
< Eleonora Rastelli, detta Leni, quella con le…> fece un gesto mimando un seno voluminoso.
Si sporge verso di me, e sembra aver perso d’improvviso ogni remora. Ha una strana luce negli occhi che mi inquieta non poco. Mi giro a guardare il pulsante dell’allarme, e sembra vederlo anche lei, perché mi poggia una mano sulla gamba <sai volevo dirti una cosa…> stringe la mano e poi inizia lenta ma inesorabile a salire.
< Giovanna, è tardi e credo di avere tanto sonno ora…> Come non avesse sentito:
< volevo dirti che io la farei quella cosa per te>
Ecco l’ha detta, e ora? A forza di spostarmi sono arrivato al bordo del letto, ma è una lotta impari, mi cerca, mi bracca e infine mi afferra gioiosa l’attrezzo da sopra le coperte.
Oddio, questa è completamente fuori e come faccio io? 
< Senti Giovanna io non credo sia il caso che…GIOVANNA!>
Con un’agilità insospettata per quella mole, si è improvvisamente denudata un seno, scoprendomi contemporaneamente il ventre. La molliccia massa bruna della mammella guizza nella semioscurità, accompagnata da un olezzo di sudore e si spiaccica letteralmente sul membro inerte.
Alza il viso pustolato su di me. Mi sorride, felice
Tento vanamente e disperatamente di dissuaderla: tutto inutile, la pazza sta strofinando il capezzolo contro lo scroto, che ora in verità non è neanche più molle come prima. Mi divincolo, peggiorando ancor di più le cose
< cerca di rilassarti > bisbiglia premurosa < faccio tutto io >
Sarà la lunga astinenza o il caldo tepore di quella mammella, ma d’improvviso come un gigante che si risveglia, eccolo che si affaccia. E’ velocissimo e anche Giovanna lo sente improvvisamente crescere contro il suo seno.
Mi viene da piangere, giuro, e non so più che fare. Giovanna invece ha le idee chiarissime. Lo impugna saldamente nella mano stringendolo con forza. Ha già iniziato a muoverla su e giù.
Stronzo ma non capisci in che mani sei finito? Perché sei così duro?
Con uno sforzo sovrumano riesco a carpire il pulsante dell’allarme. Non me ne frega più niente, tutto piuttosto che quell’orrore, Qualcun altro ci sarà, di solito sono in due a fare la notte.
Indugio un attimo. E se invece non c’è nessuno, o magari dorme ? oppure metti che è Piero lo sterminatore ? oppure peggio ancora: è Piero e sta pure dormendo.
E’ un esitazione fatale: Giovanna Quattropinti si china, apre le labbra e se lo mette in bocca.
Mio malgrado emetto un gemito, più di orrore che di piacere, ma comunque non faccio nulla. Resto lì come un idiota, con il pulsante in mano, a guardare quella zazzera di capelli stoppacciosi fare su e giù.
Lavora maledettamente bene, però. Succhia, aspira e ci strofina la lingua contro. Se non la guardo forse riesco perfino a trovarlo piacevole o forse sono solo i miei testicoli gonfi che hanno preso il sopravvento sulla ragione.
Così la lascio fare, ad un certo punto chiudo anche gli occhi. Mi metto a pensare che non sia lei no, è nientepopodimeno che Monica Bellucci, accorsa apposta dalla francia, al mio capezzale. Ma certo che è lei. Non ci posso credere! Monica Bellucci con la sua bellezza regale, il suo visino angelico ha il mio cazzo in bocca. Oh, quando lo racconterò ai miei amici! Dai Monica. Succhia, succhia…
< come dici ? >
Puf ! le labbra vermiglie di Monica scompaiono e al loro posto è tornato il faccione tondo di Giovanna occhipinti con tanto di barba e pustole.
Torno a chiudere gli occhi. No, no è Monica, è Monica. È lei che mi sta succhiando l’uccello non è quest’infermiera psicolabile qui, no niente affatto è Monica Bellucci. 
Ma che dici idiota? E’ Giovanna Quattropinti ! non li vedi i pelazzi sulle braccia e sul mento?
Evabbè non sarà Monica Bellucci ma i bocchini li sa fare però e dopotutto un bocchino è sempre un bocchino. Questo poi è anche un signor bocchino.
Scimunito! È di Giovanna Quattropinti quella lingua, te lo sei scordato? Te la ricordi eh, te la ricordi? Quella con le pustole e i baffi.
Sì ma senti come tira su! e che rumori osceni fa con quella bocca, dai che ti piace, ammettilo!
Beh sì, ci sa fare, si, ma…oddio aspetta un attimo!
Non ti trattenere! Dai lasciati andare, in fondo è lei che te lo ha chiesto, no?
Oh, cazzo, no! Giovanna, attenta, sto per…

Giovanna Quattropinti si ferma, sorpresa, quando il primo schizzo le bagna la gola, colandole giù lungo l’esofago. E’ costretta a mandare giù, per non soffocare e lo fa. Ingoia rumorosamente anche il secondo e poi il terzo. Prima di rendersi conto di quello che sta facendo, ha già  mandato giù una bella quantità del mio sperma.
Passata la sorpresa, torna a pompare ma stavolta ha cura di sputare fuori il resto ai lati delle labbra in grossi grumi schiumosi. Continuo imperterrito a eiacularle in bocca, sembra non finire mai.
Si blocca improvvisamente, spaventata. Stavolta sono io a costringerla a continuare, non ho ancora finito. Ha ancora il mio cazzo infilato in bocca quando finalmente lo sento anch’io.
Il monotono latrare dell’allarme echeggia nel corridoio, qualcuno deve aver chiamato gli infermieri. Mollo la presa sulla nuca di Giovanna e mi accorgo solo ora che sto stringendo convulsamente il pulsante dell’allarme e che la stanca ciabattata che sento arrivare è effettivamente diretta da noi. Ho appena il tempo di ricoprirmi, prima che il neon brilli il suo ronzio cupo e inondi di accecante luce artificiale ogni cosa. Claudia è già dentro la stanza e si blocca di colpo. Giovanna, china, sta vomitando roba bianca dalla bocca, il seno nudo le penzola ancora fuori dal reggiseno, imbrattato anch’esso di sperma. Ne ha un po’ finanche sui capelli.
Vorrei scomparire, disintegrarmi all’istante. Claudia guarda prima la sua collega intenta a tirarsi giù il camice e poi me con espressione disgustata.
Il suo sguardo riprovevole sembra dire: non è che mi fai schifo per quello che stavi facendo, ma con chi, lo stavi facendo. O almeno è così che lo avverto io.
Scuote la testa e se ne va senza aver detto una parola.
Giovanna si toglie elegantemente un pelo ritorto dalla bocca e mi sorride, soddisfatta < domani continuiamo. Da te mi faccio fare tutto, puoi anche incularmi se vuoi >
Stavolta la nausea è autentica. So che picchiare i ritardati è cosa esecrabile ma in questo momento avrei una voglia matta di farlo.

Che cazzo ridi?
Claudia chiude la mia cartella clinica. Continua a sghignazzare anche quando la passa alla sua quasi-collega, che proprio oggi per mia sfortuna è Elena. Dev’essere contagioso perche non appena ha finito di leggere scoppia in un risolino anche lei, più discreto certo, ma egualmente irritante e diciamolo, pure doloroso, visto che viene proprio da lei. Le guardo a bocca aperta, senza capire.
Il fatto è che quello che c’è lì sopra io non lo conosco. Riguarda me, ma io non lo posso leggere. Loro però sì.
< Verrebbe Giovanna se per colpa tua non fosse stata trasferita. Però ti possiamo dare una foto di Leni, visto che ti è piaciuta tanto >
Un dubbio inizia ad affacciarsi alla mia mente quando Elena mi porge un barattolino di plastica.
< riempilo tutto > mi canzona Claudia < e non di urina >

E’ da mezz’ora che sono chiuso al cesso e non c’è verso. La dottoressa piccolina e carina e succhia primari mi ha chiarito con voce, oh lei sì, molto professionale che data la delicatezza dell’intervento che ho subito, è un atto dovuto verificare che l’apparato genitale non abbia subito lesioni.
Così sono qua, seduto sulla tavoletta del water con le braghe calate e l’uccello in mano nel tentativo di colmare dei miei semini impazziti l’involucro che le gentili manine di Elena mi hanno languidamente offerto.
Da quando sono qua ho già scopato con Sabrina Ferilli, Megan Fox, la dottoressa piccolaecarina, Claudia ed Elena insieme, Nicole Kidman, Beyoncè e la madre puttana di un mio amico che mi piace particolarmente. Ah, già, naturalmente anche con Leni e le sue tettone.
Con Beyoncè ci stavo quasi riuscendo, prima che la prostata incontinente del sor alvaro venisse a interrompermi sul più bello. Ho dovuto aspettare che finisse, ma quando ho ricominciato la puzza di cesso ha di fatto massacrato ogni ormone che ancora circolava in corpo.
[segue ]


Postfazione
Ah sì, non ve l'avevo mica detto che non l'ho ancora finito. Lunghino nevvè? Strategia vuole che quando il racconto supera le cinquanta righe lo si posti a puntate, ma io in queste cose sono notoriamente un cazzone e comunque se siete arrivati fin qui almeno un pò deve avervi ingrifato, no?
Tempo e voglia e forse un giorno lo finirò, portate pazienza.

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