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giovedì 22 novembre 2012

Dio c'è



 Dio c'è

Per esser Brutta era brutta. Questo lo sapeva benissimo.
Non fossero bastate le compagne di liceo, non fossero bastati i ragazzi che la evitavano, c’era sempre lo specchio a ricordarglielo. I capelli stopposi a dispetto di ogni messa in piega, il naso adunco, i fianchi piatti, il seno minuscolo. Non c’era una sola cosa di lei che andasse bene. Come se la natura si fosse divertita a mettere tutto il bello che c’era in una come Alessia Giunchi e avesse utilizzato gli scarti avanzati per assemblarli disordinatamente intorno al suo essere.
Le uniche soddisfazioni Annamaria se le prendeva nel bagno, quando distesa nella vasca faceva correre la mano giù, tra le cosce, e il piacere se lo dava da sola. Il corpo le si ammorbidiva, la ragione si attenuava e un calore strano le saliva a ondate a imporporargli il viso. Allora gli sfregamenti della mano si facevano più veloci, proprio lì in cima alla sua inutile spaccatura e si straziava il bottoncino dilatandosi la fica a dismisura.
Era bello. Però quando finiva si sentiva più sola e triste di prima.
Aveva un ragazzo Annamaria. O meglio lui aveva lei. La chiamava solo sporadicamente, quando non aveva più nessun’altra e le esigenze fisiche gli si facevano impellenti tanto da accontentarsi finanche di una come lei.
E lei ci stava, perchè non aveva nessun altro e perché non riusciva a capacitarsi di come un ragazzo così carino potesse trovare un qualunque interesse in lei.
Non facevano sesso pieno però. In verità, lui neppure la toccava. Si faceva masturbare e quando finiva, (a volte molto presto trovava Annamaria e questo la riempiva di soddisfazione perchè le piaceva credere che fosse per l’eccitazione che lei gli dava) si alzava i pantaloni e se ne andava, sparendo dalla circolazione per intere settimane.
A volte lo incontrava nei centri commerciali. Lei in compagnia della madre, lui con stuoli di amici e ragazze. E quanto erano belle quelle ragazze, con i capelli lisci e profumati, i nasini delicati, le lunghe gambe da gazzella.
Le si stringeva il cuore quando lo vedeva abbracciare una di quelle ragazze, magari proprio Alessia Giunchi, poi però quando vedeva la sua figura tozza e sgraziata riflessa nella vetrina, si ripeteva che era giusto così, stava bene con Alessia, erano uguali. Belli e sfrontati.
Però le faceva male lo stesso.

Quando le venivano brutti pensieri Annamaria aveva un solo metodo per farseli passare: si chiudeva in chiesa. Si inginocchiava sulla panca, giungeva le mani e lì sola nell’ultimo banco in fondo, sembrava la copia esatta di Santa Maria Goretti nel santino che mamma aveva in casa.
Ci tornava spesso in chiesa perché col tempo aveva imparato a farsi altre brutte cose e anche se lo sapeva che non avrebbe dovuto farle, non ne poteva fare a meno. Se le infergeva e poi quando finiva si sentiva così sporca e malata che correva subito a disinfettarsi con l’acquasanta.
Come quella volta col cetriolo.
La spaventava una cosa così grossa e non capiva come mai avrebbe potuto entrarle dentro un mostro del genere ma ne era anche irresistibilmente attratta. Così l’aveva unto tutto con la vaselina e se l’era spinto pian pianino dentro, lasciandolo scivivolare tutto quanto nella fica fino a che non ne spuntava che la punta più fina. Aveva avuto un orgasmo pazzesco. Una cosa da non credere, di una violenza inaudita.
Ci si era martoriata tre volte di fila quel giorno e il giorno dopo era corsa sulla panca e ci era rimasta fino a farsi dolere le ginocchia.

Poi un giorno Max l’aveva chiamata. Ce li hai cinque minuti? Proprio così le aveva detto, senza neanche fingere un po’. Certo che li aveva, per lui avrebbe avuto la vita intera.
Quel giorno però il ragazzo le aveva chiesto una cosa che non si sarebbe mai neanche sognata che si potesse fare.
Glielo aveva stretto forte forte e aveva accelerato il movimento della mano, sperando che si sarebbe chetato, ma quello insisteva e continuava a spingerle il viso giù verso il pene.
Lei lo sapeva cosa succedeva quando lui finiva. Lo sapeva benissimo per averglielo fatto tante volte. Dal coso gli usciva tanta di quella roba, a schizzi, che avrebbe riempito una fontana.
Aveva così tanto insistito che alla fine lei si era chinata e glielo aveva baciato. Si sarebbe scansata in tempo.
Non era bello. Aveva un terribile sapore dolciastro, veramente stomachevole.
Era lì con le labra poggiate sul quel coso puzzolente quando lui aveva deciso per tutti e due.
L’aveva spinta giù fino a che il cazzo non le era entrato quasi per intero nella bocca. Aveva avuto un conato di vomito quando l’aveva sentito penetrarla  fino alla la gola, ma era riuscita a resistere.
“Muoviti” le aveva detto “ muovi la testa su e giù, come lo fai con le mani”. E glielo aveva anche fatto vedere, prendendola per le orecchie e spingendosela avanti e indietro sul ventre come una marionetta.
Lei lo sapeva cosa sarebbe successo si era ripetuta, ma non sapeva come dirglielo. Dirgli che la terrorizzava il solo pensiero. Già era abbastanza duro doverselo tenere ficcato in bocca ma trovarsi anche da un momento all’altro quella roba schiumosa schizzarle sulla lingua e sul palato, quello la terrorizzava proprio. E poi cosa avrebbe dovuto farci? Mica poteva mandarla giù. Si sarebbe messa a vomitare ne era sicura. E poi lui non l’avrebbe più chiamata.
“Succhiamelo”
Ecco un’altra cosa che non era certa di saper fare. Ci provò comunque Annamaria, con tutta la buona volontà, ma a lui non sembrava mai abbastanza: “Più forte! Più forte! Devi succhiarmelo più forte, cazzo!”
E lei lo fece. Succhiò più forte che poteva e proprio mentre quel gusto stomachevole le arrivava fin nei polmoni arrivò il primo schizzo.
Lo mandò giù per puro istinto, in apnea. Dalla gola dove l’aveva colpita le colò giù lungo l’esofago, lento, denso disgustosamente vischioso. Ne arrivarono altri, più forti compatti, le si riempì la bocca di quel liquido nauseabondo, le colava ai lati della labbra, nella gola, fin nello stomaco.
Non resistette più.

Neanche l’acquasanta bastava stavolta. Neppure se ci faceva i gargarismi le sarebbe mai passata. Ogni volta che le tornava in mente il disgusto di quel liquido schifoso la assaliva la nausea e le si torceva lo stomaco.
Guardò la luce che filtrava dai vetri colorati della chiesa e pregò. Pregò a lungo bisbigliando e snocciolando rosari, come le aveva insegnato sua madre. Pregò tutta la sera finchè i suoi desideri non vennero esauditi.

“Che vuoi?” Max non poteva credere che quella sciagurata l’avesse chiamato a casa. Glielo aveva detto milioni di volte che se ne aveva voglia l’avrebbe chiamata lui.
“Sono sola in casa, i miei escono e non ci sono per tutto il pomeriggio, se vuoi divertirti…”
Il ragazzo imprecò. Proprio il giorno prima si era messo con Alessia figurarsi se adesso…”
“me lo faccio mettere in bocca” sussurrò annamaria, accostando la cornetta per non farsi sentire dai genitori. “Ingoio tutto. Vedrai che non mi metto a vomitare, stavolta”
Sarà stato il tono di quella vocina ingenua o il ricordo di quello che gli aveva sparato in bocca la volta prima, ma il ragazzo sentì intirizzirsi tutti i peli del basso ventre.
“ok, guai a te però se mi fai lo scherzo dell’altra volta. Me lo lecchi finchè te lo dico io e poi ingoi tutto senza fiatare!” Sarebbe stato divertente, sicuro. Il cazzo gli si ingrossò mentre glielo diceva.
“Mando giù tutto” confermò annamaria, appoggiando soddisfatta la cornetta. Attese che i genitori uscissero e poi li fece entrare tutti dalla porta del giardino. Nessuno li vide.

Aveva mantenuto la promessa. Era decisamente più troia stavolta. Sorrideva perfino mentre glielo leccava, ma Max si sentiva ugualmente a disagio. C’era qualcosa, qualcosa nell’aria che non avrebbe saputo spiegare ma lo intimoriva. Quella puttanazza lo aveva portato sul letto dei genitori ed era lì che glielo stava ciucciando. Cercò ugualmente di rilassarsi al pensiero di quello che gli avrebbe sputato in gola, quando qualcuno si schiarì la voce: “Ehemm!”
Si voltò di scatto e li vide: Cinque. Alti. Grossi. Decisamente nerboruti e con un coso che il suo al confronto era uno stuzzicadenti.
“ma che cazzo…” non finì la frase che quelli lo avevano preso e sollevato come fosse una piuma. Si era sentito rivoltare sul letto prono e sfilare le mutande che prima non si era curato di togliere.
“Annamarì” singhiozzò con voce disperata, ma Annamaria sembrava in un altro mondo. Li guardava con quella faccia allucinata da pazza straniata e sorrideva beata.
Sorrideva guardando le loro ali bianche e magiche, i loro capelli biondo oro, le aureole sberluccicanti intorno al capo. E sorridendo, senza una parola uscì dalla stanza.
In quel momento Max lanciò il primo urlo.

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